Black Sheep – Dopo i conigli mannari arrivano le pecore assassine

8 luglio, 2008
Pecore assassine

Pecore assassine

Piederentola

3 luglio, 2008

Dedicato alle donne coi piedi grandi

CenerentolaLe scarpe, quelle me le ricordo bene. Piccoli involucri laccati di vernice rosa chiaro. Tacco di legno duro, non alto, rivestito di una patina lucida. Un grosso fiocco di raso di una tonalità più scuro, incollato alla buona sulla punta, rotonda. Di meglio non avremmo potuto fare. Certo, non potevamo immaginare che di quello sforzo di rovista-rovista, cuci-cuci e tagliuzza-tagliuzza scampoli di casa, avanzi di vestiti e tende e cianfrusaglie, la Signora Fatina ne faceva poi tutto un luccichio e un bagliore. E che la vernice diveniva cristallo, la polpa arancione diveniva cocchio, le tende sagomate divenivano stoffe lucenti, sete, pizzi, velluti, e tutto quello che tutti sanno già.

Ma qualcosa, anche i più ben informati, credo io, la ignorano. E io sono qui per dirvela.

Sull’inizio di questa strana storia che c’era una volta tutti vi dicono, io confermo tutto. Che Cerentola era senza dubbio la più bella, e che quando arrivò la prima volta in questa casa grande e scura, la madrina trasalì. Ci vedeva lontano la donnaccia e aveva ragione a temere. In realtà c’era ben poco da veder lontano. Quegli scorfanetti di Genoveffa e Anastasia, brutte pure a tre anni, contro ogni legge di natura che vuole i bambini tutti belli, avrebbero rischiato in ogni caso di rimaner zitelle, da grandi, anche senza una tanto evidente concorrenza. Ma un conto è temere una consistente probabilità e un conto è avere nella stanza accanto, che dorme beata, miss pelle di pesca, miss piedini piccoli, miss occhioni lucenti, miss vitino di vespa, miss sorriso smagliante, miss meraviglia anche con uno straccetto addosso e la cenere nei capelli, altrimenti biondissimi. Tutte cose che la madrina, avvezza al brutto in casa, scongiurava con vigore. Tutte cose, che le povere e tonte sorellastre, in realtà, subodoravano appena come pericolose cause della loro eterna zitellagine. Perché poi, anche questo va chiarito, Anastasia e Genoveffa, non erano crudeli. E’ che i loro piedi, giganti pagnotte informi, callose rotondità senza pace, non avevano mai trovato dimora in piccole e aggraziate scarpine. E dovevano sempre rifugiarsi altrove. Un altrove spesso goffo e poco promettente. E se dai piedi si capisce qualcosa - io che di piedi me ne intendo, perchè ne ho visti a centinaia – vi dico che quel che restava delle sorellastre era come i piedi: senza nessuna possibilità di sistemazione.

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Langeloelapazienzas’accordanocomesipuò

27 giugno, 2008

La pazzia è nel dna, ne ho numerose prove. Immagino che ci sia una cellula della pazzia deformata e latente nel nostro patrimonio genetico, che per una serie di ordinarie o particolari circostanze a un certo punto esplode contaminando il resto. Conosco la storia di un tipo che si è laureato solo perchè l’assistente un po’ ninfomane della sua vecchia professoressa l’ha trovato del tutto somigliante al suo fidanzato psicotico. Il suo ex. Quello che le aveva mangiato la serenità a mozzichi. Quello che le aveva teso i nervi fino a sfilacciarli tutti e a farli saltare come le corde elettriche di uno strumento suonato a freddo. Un mostro portatore malato d’amore. Uno di quei soggetti che ti riempono la vita e poi ti ci affogano dentro. Hai presente? Insomma. Riuscire a scrivere un’intera tesi di laurea per un perfetto sconosciuto (oltretutto sano e disinteressato a te), solo perchè nei modi, la camminata, la voce, costui ti fa tornare in mente un essere umano completamente disconnesso che hai amato fino a superarlo in follia.

Walt WhitmanNon ho niente contro i pazzi, ho molto contro gli ipocriti. Ho molto contro chi difende il salvabile, si lacca lo sguardo, fa prove di sorriso prima di sfoderarlo. Contro chi esige controllo delle emozioni. Contro chi domanda educazione più per forma che per credo, perchè altrimenti oltre a predicare lo sarebbe prima di tutto, educato. Contro chi simula di essere altro per mostrarsi fedele a una linea che non gli appartiene, ma a cui ambisce perchè socialmente accettata e condivisa. Contro chi non si sporca le mani coi colori e se lo fa corre in bagno a lavarle subito. Contro chi non accetta colpi di vento. Contro chi valuta la propria posizione in un contesto dalla postura, il tono della voce, la manifestazione pulita del comportamento e dei decibel vocali. Gente che con la faccia linda e le mani sudate in tasca gira il ninnolo di una ragazzina che ha violato col pensiero o il cazzo la notte prima. E mi insegnano a stare seduta composta? Forse è un pensiero troppo estremo il mio, troppo radicale. Ma perchè una popolazione di traditori, che si fanno fare negli angoli delle strade o sulle scrivanie dell’ufficio triste, affondi che a casa non chiederebbero mai, dovrebbe stare a modulare me e il mio maledetto tono di voce? Perchè la gente che se ne frega altamente di chiunque muore fuori dal suo perimetro chiuso d’amianto, che non conosce perdono, che ruba, sputa, picchia, deride, calpesta, deve insegnare a me la gestione del suono e le cinetica? Perchè devo imparare le maniere da gente si esalta, si compiace, si erge, si parla solo bene addosso? Da gente che ti rivolge la parola solo perchè non sa affrontare il silenzio. Da gente che ti chiede di te solo per parlarti di lei. Da gente che ti dice che lavoro fa e non sa parlare di altro, perchè forse non ha altro. E’ vero, esiste anche l’educazione reale, il sorriso sincero, la calma dolce, l’equilibrio radicato e non simulato. Esistono persone serene, razionali, che sanno stare ferme e zitte invece di esplodere come me. Sono persone che in una certa misura mi indicano una strada in qualche modo percorribile che io non so percorrere. Ma quante sono? Quanti angeliepazienza esistono veramente? E tutti gli altri che cosa vogliono da me?

Educatevi a guardarvi dentro, la mia bava me l’asciugo io.

Le diable probablement – Robert Bresson, 1977

(R)estate qua.

24 giugno, 2008

…a volte succede qualcosa di dolce e fatale

come svegliarsi e trovare la neve

o come quel giorno che lei mi sorrise ma senza voltarsi e fuggire

vederla venirmi vicino fu quasi morire

trovare per caso il destino e non sapere che dire

ma invece fu lei a parlare

mi piace guardare la faccia nascosta del sole

vedere che in fondo si muove dormire distesa su un letto di viole,

mi disse e a te cosa piace?

mi piace sentire la forza di un’ala che si apre

volare lontano sentirmi rapace,

capace di dirti ti amo

aspettiamola insieme l’estate…

L’autostrada – Daniele Silvestri

Prima dei 15 anni a giugno si restava a casa soli. Le valigie dei miei si chiudevano su un mondo fatto per due settimane di cioccolato che cola dallo stecco, pesche e albicocche, cloro di piscina e pomeriggi con le finestre abbassate, passati a respirare il divano o il sole. O anche Die Hard, che mia sorella aveva la tendenza a propinare. Ogni anno succedeva proprio così. I miei a un certo punto del mese andavano via. Era sempre quando la scuola era finita, ma le pagelle non erano ancora uscite, per fortuna. Era sempre la mattina presto. Eravamo sempre io e mia sorella a lasciarli in qualche stazione, strada, treno, aeroporto. Li chiamano non-luoghi, è una parola che mi piace tanto, è uno scatolone di immagini senza bordi. Ma è sbagliata. Dove c’è qualcuno con la valigia e il walkman e pane e prosciutto e mozzarella e crema che profuma di cocco e di buono e vita che scordi dietro le spalle al posto dello zaino – è un luogo più di ogni altro. E’ una spanna di gradi di separazione da casa tua, sono rampe di lancio e porti da dove fuggi con l’innocenza di chi sa di dover far rientro. E’ la libertà in fila per salire. Non possono essere non-qualcosa. Sono qualcosa più di tutto il resto.

EstateEra come il giugno prima, ogni giugno, i miei partivano. E sarebbe stato così fino a quel giugno che sono andata con loro, come tornare piccola. E lo ringrazio, quel giugno della riparazione a matematica, e della nave fra Siviglia e l’oceano, quel giugno del cappello tirato in faccia a Lisbona rovente, quella cena io e mio padre, soli nella stanza da pranzo a mangiare in obliquo, tutti gli altri sotto coperta a vomitare. Ma quella è stata un’ eccezione. Di solito era sempre così. Loro partivano. Noi restavamo. La vacanza iniziava tornando a casa nella Uno grigia infuocata o nella 106 scassata, io e mia sorella, lei sempre 9 volte più grande di me, ma contente uguali, di corsa a riprenderci il territorio. Roma era sempre vuota. Il supermercato era la giostra di ghiaccioli colorati e patatine altrimenti proibite. Le giornate rotolavano nell’erba tagliata, nell’odore di polvere che si alza, nell’odore di mattina, e non me ne ricordo una in particolare ma tutte come quando entra l’aria tutta insieme. C’erano i bordi della piscina, le sere passate fra grattacieli di cartoni di pizza e grattacieli assediati da pazzi furiosi con le bombe, c’erano le videocasette. C’erano sedicimilalire prese di nascosto dal barattolo del sale grosso, dove i miei lasciavano la quota per sopravvivere. C’era mio fratello che di solito una mozzarella e tre rosette riusciva a pagarle quasi il doppio. E poi c’è stata quella volta che nel sale c’ho messo le mani pure io, per comprare la cassetta The Miracle,Acqua ascoltata tutta di un fiato tornando a piedi da lassù. C’era la musica tenuta alta, i primi concerti negli scantinati blues, le cene di fine corso al Cancelletto sulla Tuscolana, le prime volte che Roma mi arrivava addosso di notte e castel Sant’Angelo mi pareva casa delle fate, lontana e messa chissà dove. C’erano gli amici grandi in giro per casa, fino a tardi, che era l’unico tardi dell’anno che si poteva fare. Il disordine durava 13 giorni, il quattordicesimo si scatenavano le grandi pulizie. C’era un geco sul muro blu, le olimpiadi di notte a volte, le fughe d’amore di mia sorella che partiva di nascosto, il primo film con scene di nudo che avessi mai visto, a 7 anni, mio fratello che mi riportava conigli e merendine marca Fiesta dai suoi viaggi. L’attesa per le nostre vacanze private si scioglieva felice in un acquarello giallo e verde sul muro di casa, nella nostra personale interpretazione di quello spazio di quando i miei non ci stavano a guardare. Poi sarebbero arrivate le Inghilterre, i campeggi sovversivi, i grandi viaggi disegnati sulle mappe, le avventure.

Ma quel tipo di giugno, quello, non è più tornato. E niente al mondo l’ha sostituito.

La verità, vi prego, sull’amore.

22 giugno, 2008

Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è un’assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami
o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben lischio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull’amore.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle este è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità grave, vi prego, sull’amore.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accedrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.

W. H. AUDEN

In rain(bows)

18 giugno, 2008

In rainbows17 giugno 2008 – Arena Civica di Milano.

Bat for lashes/

15 Step/

Bodysnatchers/

All I Need/

Lucky/

Nude/

Pyramid Song/

Arpeggi/

The Gloaming/

Myxomatosis/Faust Arp/Videotape/Optimistic/My Iron Lung/Reckoner/Everything in its Right Place/Exit Music/Jigsaw/Karma Police/There There/Bangers ‘n’Mash/Climbing Up the Walls/Street Spirit/Cymbal Rush/Go Slowly/You&Whose Army?/Idioteque/signorina amore/il check in elettronico/hotel piemonte/bambino cacapalle del treno/pioggia/arcobaleno/in the rainbows/acqua nelle mutande/stanza trentanove/focaccine/ombrelli da combattimento/pringles cipolla e panna acida/w i calzini di kermit/fnac fnac fnac/divanetti/cielo di Milano/età intellettuale 40 anni/dove si prende la linea uno?/shampoo in aeroporto/balsamo in aeroporto/bagnoschiuma in aeroporto/cazzarola/rane haribo/doccia calda/piccola Lo/l’uomo che sputa proiettili/snupi/che cazzo di titolo è narradiohead/la cicciona napocagliaritana/formaggini a colazione/pareti sottili/si sente tutto/bere acqua/standa/scommetti?/musichetta maledetta sulla ryan/senso dell’orientamento/a piedi dalla stazione/secondo anello della tribuna mortacci vostri/arrivi e partenze non sono la stessa cosa/a bergamo si muore/espresso da napoli/cuscino sopra di me/un letto + un letto = un letto matrimoniale/scivolare nel fango mentre si corre/i signori dei panini che scappano/i milanesi si ammazzano coi piccioni/non voglio un hard disk/perdere l’equilibrio sulla scala mobile/è bello anche senza parlare/in silenzio/in aeroplano/you’re all I need.

Quattordicidigiugno.

15 giugno, 2008

By this river – Brian Eno

Nuvola Al supermercato ci vado almeno una volta a settimana. Più una volta extra per guardare lo yogurt. Ci passo una media di due ore ogni volta. Otto ore al mese. Quasi cento ore l’anno. Dopo la superficie su cui dormo, la macchina – che a volte è anche la superficie su cui dormo – il portatile, la piscina, la strada alberata, il supermercato è il posto fisso dove passo più tempo. Mi fa ridere, mi rilassa, mi regala storie ed è un piccolo rito. E’ inevitabile che molti dei miei pensieri nascano in mezzo ai surgelati, o nel fondo del carrello o sullo scanner, mentre mi impicco ad aprire le buste di plastica. Anche se un giorno una cassiera gentile a cui ho fatto pena mi ha svelato il trucco. Bisogna seguire il solco laterale col dito. Comunque era sullo scanner ieri che mi scavavo dentro. Pensavo. A tutte le cose che non hai conosciuto. Mi viene in mente una lista infinita. Non hai mai usato un euro, poco male, sono soldi del cazzo, pesano e ti fanno sentire povero. Non hai mai usato il bancomat, nè la carta di credito. Li trovavi pericolosi. Se sapessi che mamma ci effettua transizioni in Giappone e in Australia ti prenderebbe un colpo. Soprattutto se sapessi che lo fa per dei pezzi di stoffa. Non hai visto dieci compleanni di ognuno. Non hai visto mai Riccardo. E’ di Peppe, per la cronaca, ed è carino. Mi fa ridere perchè quando lo vestono si spoglia e resta tutto nudo se non gli piacciono i vestiti scelti. Gli altri impiastri sì, li hai visti, ma non te li sei goduti. Quello più grande – l’unico con cui facevi a gara per pisciare al bagno – gira con l’ipod per strada…

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L’assassino vien di notte/mangiando.

12 giugno, 2008

Se fosse un film stanotte sarebbe NICOTINA – LA VITA SENZA FILTRO di Rodriguez, che non è quello di Hearth from aboveSin City, ma uno dei tanti messicani sfigati di una delle tante frontiere che spaccano il mondo. Alla fine, che io ricordi, sono tutti morti, o quasi. Se fosse una canzone sarebbe CHE NOTTE – FRED BUSCAGLIONE. Sparano e scazzottano e poi Buck la Pasta, Jack Bidone e i fratelli Bolivar crepano tutti. Se fosse inverno dormirei con la porta chiusa ora, così non potrebbe entrare nessun assassino, che di solito arrivano di notte. E invece sto qua con l’orecchio teso ai passi, a sentire l’aria che goccia di fuori e la mia vita a un chilometro. Se il mio cane ha messo le ali non lo so, ma mi aspettava fuori dal cancello stanotte. Se fosse stato un angelo di cane non mi sarei stupita, c’ho pure pensato, ma il selezionatore di cane morto* non ce l’ho nemmeno io, e per fortuna invece lui sta tutto intero dietro la porta, pelliccia pulciosa compresa, e respira.

Nicotina - La vita senza filtro posterHo quasi finito di guardare Christine la macchina infernale dopo aver visto Gomorra. Due libri che non ho letto. Due film che ho visto, senza troppi colpi in pancia. La macchina in questione non ha fin’ora fatto niente di infernale, non c’è scappato nemmeno un morto. Dai libri di King non sono mai stati tratti buoni film. A parte Carrie, Le ali della libertà e Stand by me. Ma se penso al coso che spunta dal water di L’ammazzasogni mi rimangio tutto, come quello si mangia tutto ciò che trova quando s’affaccia dalla fogna. Ma questa è una di quelle inutili considerazioni che lasciano il tempo che trovano. E di cui credo non freghi niente a nessuno, perchè stanotte – nè mai – non ho scritto sui Cahiers e i giovani turchi invece sì. Peccato che Truffaut sia morto prima che m’innamorassi di lui. In suo onore ho chiamato François un albero. Per lo più è successo a tutti quelli che ho amato. Di immolargli piante, di vederli morire. Non necessariamente in questa successione, per fortuna. Marlon Brando mi si è suicidato fra le braccia, come un cactus marcio lanciato sul tetto. E invece Paul Newman, che non ha mai avuto da me che so, un pino, un mirto o un ginepro, sta lì lì per morire solo molti anni dopo che pronostico la sua fine (non per motivi personali, sia chiaro, ma per biologia). I vivi non li cito, non vorrei portare male, anche se alla superstizione non ho mai creduto. Ma Freddie Mercury è crepato una settimana dopo che avevo deciso di adorare i Queen. Non ho li ho uccisi io tutti quanti. Li ho solo presi troppo tardi. La scarsità di tempismo è uno dei miei limiti più grandi.

Di ieri la notizia di un francese dato per morto, che ha ricominciato a far battere il suo cuore di paura, quando il bisturi stava incidendo il suo sterno per portarglielo via. Sarà uno dei miei eroi personali. Come chi scriverà veramente un libro per bambini chiamato il bosco di caccole. Come il vecchio che da Feltrinelli si confidava con altri attempati teneri figuri di essere riuscito a mandare il suo primo sms. Sono questi i miei personaggi, quelli a cui vorrei dar vita, in qualche favola lontana, in qualche libro di carne e ossa prima o poi.

Ma stanotte non so far altro che l’assassino. Perfino quattro scarafaggi ho fatto fuori. Io che odio gli scarafaggi, e quindi di conseguenza trovarmi le loro budella verdognole sotto le scarpe. Ma li ho uccisi.

E magari dopo mi mangio pure pane e tacchino.

* titolo di un racconto non mio

La morte risale a ieri sera. (I nickhornbiani si ammazzano il giovedì)

6 giugno, 2008

Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d’umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi come tutto ciò che costituisce l’ultima sostanza della molteplicità delle cose.

I. C.

Confesso. Non conosco quasi per niente i poliziotteschi. Però adoro i titoli che hanno. E quella musica a cui devo il titolo di questo esperimento, laNick Hornby canto in macchina da troppo poco tempo, pure se mi piace come fosse stata sempre mia. Sono un criminale. Le iene le ho rubate, appropriazione indebita. I milanesi che si ammazzano pure. Ma è anche così che si cresce, temo, sottraendo dettagli, ritagli, mangiando la carta e la vita tutt’intorno alla nostra, che sennò rischierebbe di restare sempre uguale a sè stessa e piccola. Il mondo ci provoca ogni giorno, bisogna rispondere. Nelle tasche degli altri ci guardo sempre. Ma se ci infilo le mani per rubare è solo per merce rara, per cui vale la pena finire dentro. Sennò il più delle volte mi piace inventarmele le robe da mettermi in tasca. I milanesi non sono i miei, l’ho detto. Ma Nick Horby lo è. Maledettamente solamente mio. Uno di quegli incontri folgoranti fra te e altro da te che ti appartiene già. Fra te e il libro, e quindi fra te e chi l’ha scritto. Impossibile da dimenticare. Mi è capitato altre volte, e le ricordo tutte. Quando di uno scrittore – di una musica, di un amore – si segue la genesi, passo passo, l’ascesa, il crollo, la picchiata, il volo, il midollo, ci si cresce insieme, non si è più ladri, si è quasi genitori. E quasi figli. In trepidante attesa del prossimo gemito.

Anni 19. Libreria Arion. Romanzi edizione Guanda. Li guardo per principio, la Guanda pubblica la metà degli autori che adoro. Ragazzino con maglia rossa. Foto che vira al seppia. Titolo curioso: Febbre a 90. Lo tocco. Lo annuso, sa di buono e tipografia. Quarta di copertina. Questo tizio inglese parla per oltre 200 pagine di un fanatico ossessionato dall’Arsenal che sarebbe capace di lasciar partorire la sua ragazza sui gradoni dello stadio se fosse il giorno di una partita chiave della sua squadra. Cristo parla di calcio. Il calcio a casa mia c’entra da quando esisto, come nella media delle case del mondo. Ma a me non riguarda. Il tizio che scrive però è anche il protagonista del libro. E’ un fanatico, un folle squilibrato. La qual cosa sì, mi riguarda, me la sento addosso e non so neanche bene perchè. Anzi lo so. Perchè mi fa sorridere. E’ una specie di potere appreso. Voglio leggere cose che mi fanno sorridere perchè voglio imparare a scriverle. Ho passato troppe volte i 16 anni a prendermi sul serio. Troppi nomi della rosa sulle ginocchia nel sedile di dietro del 131 verde militare. Troppo poesie di Shelley. Diceva Italo Calvino in Lezioni Americane, che nella vita, col tempo, bisogna cercare la leggerezza. Sottrarre peso. Devo imparare ad allegerire, prima di affondare. Nick Hornby arriva al momento giusto nella mia esistenza e non se ne va più. Non c’è stato un suo libro che non ho atteso. Che non ho divorato, amato, giudicato, letto, annusato, riletto, sottolineato, preteso indietro. (Tranne 31 canzoni, lo ammetto, perchè la musica è un fatto troppo personale). L’ultimo romanzo l’ho prenotato un mese prima che uscisse. Due giorni per finirlo e già mi manca. Certe sere lo riprendo, è andato via troppo presto. Di libri migliori ne ho letti a decine. Di capolavori. Nick Hornby non scrive capolavori. Ma scrive di esseri maschili come vorrei scrivere io se fossi un maschio. E scrive di musica come se fosse uno del Rolling Stones e di manie come se fosse un pazzo scatenato che ce le ha tutte. E scrive di ragazzini come se fosse un ragazzino. E di emozioni come fosse una donna. Con un’ironia tipicamente scorretta, tipicamente inglese, tipicamente un bel niente, perchè è padre di un figlio autistico e di cazzi ne ha tanti nella vita, nella testa. Ma a me fa ridere. E ora mi sento una maledetta traditrice colpevole, che è peggio di una ladra. Perchè ho scoperto da 20 minuti che ieri Nick Hornby se ne stava al Festival delle Letterature, dove ho spiato per meno Pennac e De Lillo.

Ieri c’era Hornby. Ma mancavo io. Non sono una di quelle patite feticciose che si attacca alle firme dietro le copertine. Odio l’idea di autografo. Odio le foto scattate ai concerti. Non toccherei nessuna persona solo perchè la stimo artisticamente. Non ho mai avuto eroi. E non ho mai aspirato ad adorarne le reliquie – come quel pazzo che ha rubato giorni fa le ceneri di Kurt Kobain – o le ciocche di capelli. Nick Hornby oltrettutto è palesemente calvo. Ma ieri sera c’era, e io no. Mi sento in colpa. E’ come se il tuo gruppo preferito fa un’unica data in un unico tour nella tua città e tu non ti sprechi ad andarci. Puoi sentirti mille volte lo stesso cd, ma non sarà mai come essere lì, dal vivo. Bisogna coltivarseli gli scrittori. Come ogni cosa che si ama e che genera passione. Bisogna dedicarsi. Ricordarsi quando arrivano, quando tornano. Seguire le loro vite. Per lo meno quando sono a 20 chilometri dalla tua finestra e leggono ad alta voce le pagine del loro ultimo romanzo. O h m i o d i o. E se ieri sera ha letto quel pezzo che parla del bambino di nome Ufo? Quanto mi ha fatto sorridere – in momenti in cui non c’era niente da ridere – quanto mi ha rapito nella zozza metro romana, quante immense ore piccole mi ha riempito di allegria e svuotato di inquietudine? Questo almeno glielo dovevo, la mia presenza glielo doveva: qualcosa gratis in cambio. E invece l’ho perso. Perso per un pelo a Mantova, perso come un treno a Roma.

Il medico legale non ha dubbi. La piccola morte di una malata di Hornby risale a ieri sera.

Febbre a 90

Alta fedeltà

Un ragazzo

Come diventare buoni

Trentuno canzoni

Non buttiamoci giù

Una vita da lettore

Tutto per una ragazza

Movie schifezze’s list (part I)

5 giugno, 2008

O delle zozzissime cose – e non è certificato che siano tutte commestibili o non pericolose – da mangiare spalmati sul divano durante una calda notte d’estate davanti al filmetto prescelto…

MARSHMALLOW

SmeshmelloC’è stato un breve periodo della mia vita in cui li ho chiamati smeshmello, perchè mi piace mettere la s davanti alle cose. Su questi cuscinetti soffici e colorati e nuvolosi di dubbia origine – forse sono cervelli di altre forme di vita – e vago sapore alla varacchina vanigliata, ho una mia precisa teoria: creano dipendenza. E non lasciano possibili interpretazioni. O si adorano o fanno veramente schifo, all’incirca come le ostriche. Stamattina la cassiera del supermercato che passava il mio pacchetto settimanale (consiglio vivamente le Haribo specials, non hanno concorrenza, e sono coperte di zucchero) è rimasta allucinata davanti allo scanner, che in cambio del mio paciuto sacchetto di nuvolette zuccherose e rosagiallinoverdino, ha avuto la scritta: busta di cotone. Gli italiani, che verso l’uccisione delle traduzioni di nomi stranieri hanno una particolare attitudine, hanno pensato bene di chiamare C O T O N E queste soffici forme di glucosio&diabete tondo, cubesco o intrecciato, rubato ai tetti della casa di Hansel e Gretel o alle cime innevate del regno di Oz. Ma d’altronde da un popolo che cambia in Se mi lasci ti cancello il verso meraviglioso di Pope, The eternal sunshine of the spotless mind, cosa ci si poteva aspettare?

FONZIE, PUFF E ALTRE PATATINE FORMAGGIOSE

Premessa doverosa: a me le patatine semplici proprio non piacciono.Fonzies Rientrano anzi in quella categoria di calorie vuote che servono solo a ingrassare senza arrecare piacere al mio palato. Nella stessa categoria ci metterei anche lo zucchero, la coca cola, la maionese, il burro. E tutti i tipi di pesce, che in realtà non sono inclusi neanche nella lista degli alimenti commestibili, a causa della mia grande affezione verso le creature del mare. E della spina che mi stava eliminando dalla faccia del mondo 27 lontanissimi anni fa. Perciò se di una morte si deve morire, meglio che sia rotonda e sappia di quattro formaggi. Se poi ci si mette il paccone gigante, il maxi schermo, la versione al forno, le puff a cornetto, i cuoricini a grata, le cipster in piccoli pacchettini rossi anti senso di colpa, l’aroma paprika, e la manina appiccicosa di gomma come sorpresa, non resta che sedersi comodi comodi e farsi dolcemente imboccare. (La qual cosa ha il doppio vantaggio di creare una tenera complicità e di evitare che le vostre mani puzzino per giorni di provola e gruviera)…

HARIBO JE T’AIME

Orsetti in loveLe Haribo hanno un doppio significato nella mia vita. Non sono semplici schifezze ammazzafegato e procura sorriso (sono estremamente zuccherofila), ma hanno il potere di evocare una dolcezza diversa. Se fosse una favola direbbe che c’era una volta un prode ragazzo che a bordo del suo lucente golfettone frenava ad ogni autogrill per portare alla sua bella manciate di deliziose gemme colorate. Senza temere alcuna forma, che fossero enormi coccodrilli o grizzly scatenati, squali blu del Pacifico o buie strade di nera liquirizia, che fossero lascive puffette in un mare di puffi o bacche misteriose rubate a qualche lontano sottobosco, egli era pronto a domarle, ella pronta a divorarle. Per chi ama la Francia, per chi non ha problemi di carie, per chi ha la masticazione isterica.

Per chi vede l’amore anche in una piccola, gommosa, smerigliata caramella.

HAGEN DAZS ALLE NOCCIOLINE DOLCI E CARAMELLO

Gelatino Al contrario di quanto si potrebbe evincere non sono affatto un’adoratrice del dio estero. Diffido da tutte le cose che terminano in buster, donald, cola, e perfino verso la mela mozzicata – che non si mangia ma serve praticamente a tutto il resto – non ho quella diffusa idolatria che si tramuta per molti in schiavitù, pur ascoltando musica da un nano nero. Però in fatto di schifezze da film gli stranieri non si battono. E se fosse una di quelle notti afose in cui passano decine di b-movie e zozzerie e filmetti splatter a me verrebbe voglia di un barattolino di Hagen-Dazs gusto noccioline e caramello. Lo so, è una porcheria da crisi di insulina. Ma solo chi scoperchia il mars per leccare il mou sopra sopra o ha le crisi notturne da cucchiaino da affondare nel soffice può capire questa malattia che io ho.


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