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1 settembre, 2008 di frapiccoleiene

Per ogni volta che hai detto NO davanti a una cosa che desideravo, come fosse troppo, troppo e ancora e sempre troppo darmi qualcosa. Poteva essere una riga scritta, un cazzo di pistillo circondato da petali, un merdoso sms che ora odio, cancello, non conservo, non credo, non desidero. Poteva essere la buonanotte, il ricordarti una cosa a cui tenevo, il ricordarti solo di avvisarmi se tardavi, se andavi a tagliarti i capelli. Poteva essere una passeggiata a San Lorenzo, un film che aspettavo da mesi, una musica solo mia, un po’ di pazienza. Poteva essere chiedere scusa a me dopo 45 non ti credo falsa bugiarda cazzara, o scusa a qualcuno a cui le dovevi. Poteva essere capire che dopo la voragine di insulti non avevo energia ma paura, perchè te dopo un insulto mio che non sfiora la cattiveria dei tuoi, sei capace di sparire per giorni, o di tirartela per ore, giustamente ferito. Per ogni volta che hai messo un divieto, che una canzone non l’hai più potuta far sentire ma mi dedicavi UNO, per quando mi chiamavi fantasma, perchè hai fatto morire quel blog su cui non sei stato capace di scrivere tre giorni di fila, perchè tre giorni di fila non hai da darmi niente. Perchè l’arte del sogno l’hai ritirata fuori solo per tenermi, mentre per un anno m’hai negato quel significato che le avevo dato con te perchè ero morta io, morti noi, morta infinità, morta villa sciarra, morto il mondo intero. Per ogni volta che hai preteso la mia presenza cogli ordini, le minacce, gli insulti, i ricatti, i martellanti chiamare, mandare sms, domandare, delirare, pretendere, anche se lavoravo, dormivo, stavo qua. E sei stato poi completamente incapace di capire il mio stesso bisogno, MAI manifestato in quel modo tanto pressante. Per ogni volta che dal passato hai saputo riesumare solo le salme dei tuoi dispiaceri, mai momenti belli, cose belle che t’avevo dato o trasmesso. Per tutti gli errori che ho fatto, che ti sei segnato su un blocco di cemento che ti porti sempre nel cuore, su cui hai inciso centinaia di liste di cose incredibili, alcune vere, molte inventate, pompate, manipolate, rilette a tuo favore. E’ un sasso con cui mi butturesti in fondo al mare, se bastasse a farmi male senza farmi riavere un’altra vita poi. Per ogni cosa che ti sei ricordato di rinfacciarmi, sorelle incontrate, viaggi spostati, frasi dette male. Per ogni volta che io t’ho fatto notare i tuoi errori recenti o passati, che tu hai solo minimizzato, perchè il tuo gioco è affondare me sui miei, IMPERDONABILI, da non dimenticare mai, da USARE per ferire.Perchè ti sei detto innamorato quando io so e tu forse un giorno saprai che l’amore vero non è quello che resta con una a punirla e non crederla, ma quello che perdona e che dopo un anno e mezzo insieme ha più cose da dare e da dire e da costruire. E invece con te l’amore vero è durato 4 mesi, e poi l’hai trasformato in altro. Perchè m’hai fatto male apposta mille volte, sfiduciata sempre, e ora giochi a non capire la mia inspiegabile rabbia tossica, biasimandomi, ma sempre con la pacchetta sulla spalla, come a dire vabbè io ti assolvo. Mi hai trattata come se il mio venir fuori fosse sempre slegato dalle tue azioni, mentre il tuo sospettare, dubitare, infangare, offendere, togliere, spezzare, spaccare, levare, fosse sempre e solo la diretta conseguenza delle mie.

Aspetto solo l’onda più grande, quella che spazzerà via tutto in un colpo secco di male. La stai gonfiando, fingendo di capirmi, di fidarti (sono mesi che non faccio niente e sto a casa, facile fidarsi), dubitando appena il mio non far niente diventa far qualcosa (una cena con Silvia, 3 giorni al mare, sono le ultime cose che ho fatto, sono le ultime volte che non m’hai creduta!). So solo che questo sforzo che stai facendo di non esplodere – da pochi giorni, perchè di affondi parziali ne hai dati anche dopo il mio bellissimo compleanno – converge in un unico movimento che mi schianterà a terra. Alternato ai tuoi nervetti che non riconosci di avere, alle punizioncine, alle volte in cui mi trascurerai perchè lo trovi giusto o solo perchè devi fare sport e la piscina ha riaperto, agli illuminanti gesti distensivi che credi di fare invintandomi a cena quando ti senti solo o lasciandomi a bordo piscina mentre nuoti per ore. Ma tu credi di amare tanto, perchè hai sopportato le mie offese. Come se tu non mi ci avessi ricoperta di offese. Perchè quelle che dici tu hanno in fondo ragion d’essere, le pensi. Perchè – come dici tu – sono solo una volta al mese, non sempre. Perchè per te dire a una persona non ti credo è come dirle fallita. E risparmio il resto, che sai bene, anche se fingi di non sapere, perchè hai un’immagine da difendere te, davanti a tutti. Perchè il tono riesci a tenerlo basso ovunque, il male lo condensi nelle sillabe, nelle frasi che costruisci apposta per ammazzare, ma sempre a bassa voce, sempre senza urlare. Un colpo secco, una pistolettata, un cranio preso e colpito proprio nel mezzo, una parola carica di rabbia e odio e disprezzo, colpiscono e ammazzano in modo scientifico. Il mio sciame di urla isteriche, fiumi di parole che odi sentire, pianti o battutacce, sportelli sbattuti e porte chiuse e andare via, decibel sempre alti, al massimo attira le critiche dei passanti, ti fa vergognare di me, ti stordisce. Ma la dose letale la sai usare solo te.

Io sono annacquata, ridicola, cafona, pittoresca. Tu sei seriale, pulito, metodico, non casuale.

Quella foto si intitolava Vacanza più bella. Era un anno fa. Era dolore, sempre. Era che non mi credevi mai. Era che controllavi. Era che ti incazzavi se non ti mandavo subito l sms quando uscivo, se passava laura, se mi chiamavo laladarling su skype, se non rispondevo subito al tel. Era che non mi credevi se andavo a fare un esame, se stavo in giardino, se ero incinta di te, se ero pulita. Era che mi lasciavi se le mail di lavoro non te le mandavo, e mi chiedevi di installare sul mio pc un programma per controllare, e aprivi il mio pc in montagna dicendomi ora ti faccio vedere che menti, e mi dicevi se vai da peppe ti lascio e mi dicevi puttana, e mi davi della fallita se stavo 4 ore al tel con viviana e controllavi il cellulare di mia madre e aprivi la posta di nascosto e usavi le mail mandate al prof o a mio fratello. Era che mi chiedevi di chiamare tim e continuavi a pensare che avevo un’altra scheda. Era che mi davi della schifosa se una sera uscivo, della puttana che si scopa gli stagisti se andavo a lavoro, della troia che si fa i corsi per farsi i corsisti. Era che mi rinfacciavi cose di un anno prima, mentre a te pesa se ti dico che soffro per il 30 luglio 2008. Era un dolore immenso, quotidiano. Ma avevo tutta la voglia del mondo, l’energia del mondo, di credere che il mio Amore sarebbe bastato a resistere, a uscirne, a far passare il tempo. Ora è solo dolore. E’ un Amore che ha capito di non servire a niente, di essere cresciuto per niente, di non aver conquistato niente. Di non contare abbastanza perchè per un anno non è mai contato abbastanza. Espresso male, coi miei modi di merda, con le urla e la macedonia, e quando esce il cd che aspetti, e coprirti la notte in macchina. Non era niente per te. Le chiamavi stronzate. Anche se ti piaceva averle, ti facevano sentire coccolato. Ma come c’hai sempre tenuto a precisare, non erano quelle l’amore. Non erano crepare perchè non ti fidavi. Resistere senza tutte le cose di cui avevo bisogno. Resistere mentre insultavi i miei amici o il mio mondo, lavoro, vestiti, modi di spendere, di parlare, di essere stata. Non era ogni volta crederci, sperare. Non era arrabbiarmi nè prenderti in lacrime la tua testa fra le mani e giurarti pulizia. Non era guardarti negli occhi. Cercare di cambiare ogni cosa che ti faceva innervosire. Non era chiedere sempre meno. Non era smettere di legarmi a stupidi simboli. Non era nemmeno più venire da te dopo le litigate, perchè le poche volte che l’ho fatto m’hai snobbata. Quel giorno fuori dal Gaelic m’hai cacciata. Quel giorno a lavoro m’hai detto che ero venuta a romperti il cazzo. Non era venire in piscina ad aspettarti. Non era chiamarti, non chiamarti, chiamarti di meno, non mandarti sms, mandarteli, avvisarti, non avvisarti, non aspettarmi niente, provare cmq lo stesso a darti tutto. Sempre nel mio cazzo di modo sbagliato.

Ora ho la vita dentro, contro, che mi gira ferendomi a destra, verso un futuro che mi terrorizza, che non conosco, che parla ancora di morte e perdere. Mentre tu mi torci a sinistra, dicendomi che se non riesci a farmi sentire amata, è solo perchè io te lo impedisco. Te lo sto impedendo da quando mi conosci in fondo. Prima perchè ero sporca e losca. Poi perchè chiedevo troppo per essere un fantasma. Poi perchè ero fredda. Poi perchè ero una rompicazzo isterica e bisognosa. Poi perchè t’ho lasciato solo nel bisogno. Ora perchè sono troppo nervosa. E’ sempre colpa mia se non puoi amarmi a dovere, sono sempre io che rovino qualcosa e ti obbligo a non farlo. Ma tu, che provi vero Amore, resisti. E quando ti va mi vuoi con te, e quando non ti va ti giri e fai sereno la tua vita. E non mi lasci perchè in fondo potremmo non vederci più e la cosa ancora un po’ ti da fastidio. Come ti da fastidio ogni cosa della mia vita che non riguarda direttamente te. Come hai chiamato seratine (tu esci solo per cene di lavoro o per il diritto di stare con la gente che per colpa mia non vedi mai), amichetti (tu sei circondato da persone serie, valide, ottime, io da marionette, cretine, stupidi, frivoli, scopatori, coglioni, falsi, ragazzine coi soldi che ti rompevano il cazzo), corso a cui mi diverto (tu fai corsi seri, quasi lavori), lavoro di merda da copia incolla (tu gestisci soldi, fai cene sui contratti, ti spacchi il culo ogni giorno).

Speranza di cosa? Perchè dovrei crederci ancora? Sono notti che mi sveglio sudata sognando te che ti allontani. Sogno che siamo sulla riva del mare – impronunciabile mare – e vedo all’orizzonte delle onde che crescono, enormi, e ho paura ma non riesco a muovermi. Mi volto a chiamarti e non ti trovo. Sogno che te ne vai e ti chiamo senza voce, sogno che mi tradisci, che mi umili. Mi sveglio con lo stomaco in bocca, mi sveglio con l’angoscia, se trovo il tuo sms del buongiorno respiro. A parte tutti i giorni che per punirmi non me lo mandi, e sento solo l’angoscia crescere. Sto solo aspettando che fra una settimana, un mese, un ora, la tua onda mi distrugga del tutto.

Pandamonio

29 agosto, 2008 di frapiccoleiene

C’era una volta un panda con il vestito da giardiniere e non c’è più. Un vestito rosso e strano che nascondeva le forme, più una tuta che un tulle, più un meccanico che una principessa. Aveva i capelli corti tagliati sempre strani da anni ormai, che per farli ricrescere c’è voluto tutto il liceo e due cambi di università. Era grassoccio e non rideva tanto, perchè a quell’epoca credeva ai romantici. Leggeva Shelley, che era veramente un poeta da lapidi, ma al panda quel tipo di tormento piaceva. Leggeva Elogio della fuga. Sentiva musica triste, roba che parlava di uragani, affondava nel tetto la notte, la testa incassata fra le tegole, chiedendo troppo alle stelle. Sognava il mare, così lontano e libero e aperto e pieno di squali ma senza lapidi. Il blu e il rosso australi. Poi ne ha fatto un fagotto e l’ha chiuso nello stanzino parlante, e da allora il mare là è restato. A parte qualche volta, l’estate, che l’ha visto e s’è commosso. Ma un panda non è fatto per il mare. E forse non è fatto proprio per niente. Forse è per questo che prima o poi si estingue.

TRENTAQUADRO

3 agosto, 2008 di frapiccoleiene
Scarpa

Scarpa

Non scorderò. Una tartaruga che per me era il mondo, ma si è tuffata troppo lontano, dove l’acqua è troppo scura per vedere il fondo, dove le favole non riescono a ricominciare, dove i sogni si suicidano con massi al collo davanti a verità difficili da accettare. Non scorderò. Quante parole brutte possono entrare in una macchina blu in una sera sola. Quanto poco ci si può voler bene da farle entrare tutte in un angolo a fondo dove fanno tanto di quel dolore da togliere il respiro. Non scorderò. Due scarpe incartate in modo separato, con un bel fiocco rosa. Un disegno con me coi piedi grossi e il computer acceso e un mouse gigante e una zucca di Halloween. Non scorderò. Che Ricci è andata via in quel modo perchè a stare qua a volte fa una paura, non sentire l’amore, non sentire la vita o sentirla troppo che ti stringe contro il muro e non ti lascia scelta o non ti lascia più. Non scorderò. Un mazzo di girasoli che vengono da tanto lontano, da un prato fra mare e Toscana dove 10 anni fa salutavo mio padre in ginocchio. Non scorderò. Un piccolo cestino della spesa, pieno di cose buone da mangiare, l’oggetto più desiderato di una ragazzina piccola che è andata via da tanto ma che a volte bussa ancora alla porta chiedendo di giocare alle signore. Non scorderò. Che a volte non parlare è più bello. Che i bimbi che si tuffano a bomba in piscina sono un motivo buono per restare. Non scorderò. La macchina fotografica di carta di giornale, coi pulsanti fatti a penna e il mirino disegnato a mano, dove se guardi dentro vedi solo il cartone ma pure il mondo. Non scorderò. I fiori che se ci soffi sopra planano dappertutto, e portano fortuna, almeno secondo mia sorella. Non scorderò. Che le persone che ti vogliono bene sono tutto. Che la famiglia dei nani bovi arriva all’improvviso con lo zio baffone, il cuginetto tenuto a gunzaglio, i fiori da piscina, la pellicola disegnata sul cartello, e tu capisci che non c’è solitudine quando c’è bellezza. Non scorderò. Le lettere scritte col cuore, quelle che arrivano nonostante tutto, senza condizioni. Come il gelato nella pancia della mucca. Non scorderò. Che 30 è un inizio, che chi ti dice che è una fine non ti conosce e di te non sa un bel niente.

Black Sheep – Dopo i conigli mannari arrivano le pecore assassine

8 luglio, 2008 di frapiccoleiene
Pecore assassine

Pecore assassine

Piederentola

3 luglio, 2008 di frapiccoleiene

Dedicato alle donne coi piedi grandi

CenerentolaLe scarpe, quelle me le ricordo bene. Piccoli involucri laccati di vernice rosa chiaro. Tacco di legno duro, non alto, rivestito di una patina lucida. Un grosso fiocco di raso di una tonalità più scuro, incollato alla buona sulla punta, rotonda. Di meglio non avremmo potuto fare. Certo, non potevamo immaginare che di quello sforzo di rovista-rovista, cuci-cuci e tagliuzza-tagliuzza scampoli di casa, avanzi di vestiti e tende e cianfrusaglie, la Signora Fatina ne faceva poi tutto un luccichio e un bagliore. E che la vernice diveniva cristallo, la polpa arancione diveniva cocchio, le tende sagomate divenivano stoffe lucenti, sete, pizzi, velluti, e tutto quello che tutti sanno già.

Ma qualcosa, anche i più ben informati, credo io, la ignorano. E io sono qui per dirvela.

Sull’inizio di questa strana storia che c’era una volta tutti vi dicono, io confermo tutto. Che Cerentola era senza dubbio la più bella, e che quando arrivò la prima volta in questa casa grande e scura, la madrina trasalì. Ci vedeva lontano la donnaccia e aveva ragione a temere. In realtà c’era ben poco da veder lontano. Quegli scorfanetti di Genoveffa e Anastasia, brutte pure a tre anni, contro ogni legge di natura che vuole i bambini tutti belli, avrebbero rischiato in ogni caso di rimaner zitelle, da grandi, anche senza una tanto evidente concorrenza. Ma un conto è temere una consistente probabilità e un conto è avere nella stanza accanto, che dorme beata, miss pelle di pesca, miss piedini piccoli, miss occhioni lucenti, miss vitino di vespa, miss sorriso smagliante, miss meraviglia anche con uno straccetto addosso e la cenere nei capelli, altrimenti biondissimi. Tutte cose che la madrina, avvezza al brutto in casa, scongiurava con vigore. Tutte cose, che le povere e tonte sorellastre, in realtà, subodoravano appena come pericolose cause della loro eterna zitellagine. Perché poi, anche questo va chiarito, Anastasia e Genoveffa, non erano crudeli. E’ che i loro piedi, giganti pagnotte informi, callose rotondità senza pace, non avevano mai trovato dimora in piccole e aggraziate scarpine. E dovevano sempre rifugiarsi altrove. Un altrove spesso goffo e poco promettente. E se dai piedi si capisce qualcosa - io che di piedi me ne intendo, perchè ne ho visti a centinaia – vi dico che quel che restava delle sorellastre era come i piedi: senza nessuna possibilità di sistemazione.

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Langeloelapazienzas’accordanocomesipuò

27 giugno, 2008 di frapiccoleiene

La pazzia è nel dna, ne ho numerose prove. Immagino che ci sia una cellula della pazzia deformata e latente nel nostro patrimonio genetico, che per una serie di ordinarie o particolari circostanze a un certo punto esplode contaminando il resto. Conosco la storia di un tipo che si è laureato solo perchè l’assistente un po’ ninfomane della sua vecchia professoressa l’ha trovato del tutto somigliante al suo fidanzato psicotico. Il suo ex. Quello che le aveva mangiato la serenità a mozzichi. Quello che le aveva teso i nervi fino a sfilacciarli tutti e a farli saltare come le corde elettriche di uno strumento suonato a freddo. Un mostro portatore malato d’amore. Uno di quei soggetti che ti riempono la vita e poi ti ci affogano dentro. Hai presente? Insomma. Riuscire a scrivere un’intera tesi di laurea per un perfetto sconosciuto (oltretutto sano e disinteressato a te), solo perchè nei modi, la camminata, la voce, costui ti fa tornare in mente un essere umano completamente disconnesso che hai amato fino a superarlo in follia.

Walt WhitmanNon ho niente contro i pazzi, ho molto contro gli ipocriti. Ho molto contro chi difende il salvabile, si lacca lo sguardo, fa prove di sorriso prima di sfoderarlo. Contro chi esige controllo delle emozioni. Contro chi domanda educazione più per forma che per credo, perchè altrimenti oltre a predicare lo sarebbe prima di tutto, educato. Contro chi simula di essere altro per mostrarsi fedele a una linea che non gli appartiene, ma a cui ambisce perchè socialmente accettata e condivisa. Contro chi non si sporca le mani coi colori e se lo fa corre in bagno a lavarle subito. Contro chi non accetta colpi di vento. Contro chi valuta la propria posizione in un contesto dalla postura, il tono della voce, la manifestazione pulita del comportamento e dei decibel vocali. Gente che con la faccia linda e le mani sudate in tasca gira il ninnolo di una ragazzina che ha violato col pensiero o il cazzo la notte prima. E mi insegnano a stare seduta composta? Forse è un pensiero troppo estremo il mio, troppo radicale. Ma perchè una popolazione di traditori, che si fanno fare negli angoli delle strade o sulle scrivanie dell’ufficio triste, affondi che a casa non chiederebbero mai, dovrebbe stare a modulare me e il mio maledetto tono di voce? Perchè la gente che se ne frega altamente di chiunque muore fuori dal suo perimetro chiuso d’amianto, che non conosce perdono, che ruba, sputa, picchia, deride, calpesta, deve insegnare a me la gestione del suono e le cinetica? Perchè devo imparare le maniere da gente si esalta, si compiace, si erge, si parla solo bene addosso? Da gente che ti rivolge la parola solo perchè non sa affrontare il silenzio. Da gente che ti chiede di te solo per parlarti di lei. Da gente che ti dice che lavoro fa e non sa parlare di altro, perchè forse non ha altro. E’ vero, esiste anche l’educazione reale, il sorriso sincero, la calma dolce, l’equilibrio radicato e non simulato. Esistono persone serene, razionali, che sanno stare ferme e zitte invece di esplodere come me. Sono persone che in una certa misura mi indicano una strada in qualche modo percorribile che io non so percorrere. Ma quante sono? Quanti angeliepazienza esistono veramente? E tutti gli altri che cosa vogliono da me?

Educatevi a guardarvi dentro, la mia bava me l’asciugo io.

Le diable probablement – Robert Bresson, 1977

(R)estate qua.

24 giugno, 2008 di frapiccoleiene

…a volte succede qualcosa di dolce e fatale

come svegliarsi e trovare la neve

o come quel giorno che lei mi sorrise ma senza voltarsi e fuggire

vederla venirmi vicino fu quasi morire

trovare per caso il destino e non sapere che dire

ma invece fu lei a parlare

mi piace guardare la faccia nascosta del sole

vedere che in fondo si muove dormire distesa su un letto di viole,

mi disse e a te cosa piace?

mi piace sentire la forza di un’ala che si apre

volare lontano sentirmi rapace,

capace di dirti ti amo

aspettiamola insieme l’estate…

L’autostrada – Daniele Silvestri

Prima dei 15 anni a giugno si restava a casa soli. Le valigie dei miei si chiudevano su un mondo fatto per due settimane di cioccolato che cola dallo stecco, pesche e albicocche, cloro di piscina e pomeriggi con le finestre abbassate, passati a respirare il divano o il sole. O anche Die Hard, che mia sorella aveva la tendenza a propinare. Ogni anno succedeva proprio così. I miei a un certo punto del mese andavano via. Era sempre quando la scuola era finita, ma le pagelle non erano ancora uscite, per fortuna. Era sempre la mattina presto. Eravamo sempre io e mia sorella a lasciarli in qualche stazione, strada, treno, aeroporto. Li chiamano non-luoghi, è una parola che mi piace tanto, è uno scatolone di immagini senza bordi. Ma è sbagliata. Dove c’è qualcuno con la valigia e il walkman e pane e prosciutto e mozzarella e crema che profuma di cocco e di buono e vita che scordi dietro le spalle al posto dello zaino – è un luogo più di ogni altro. E’ una spanna di gradi di separazione da casa tua, sono rampe di lancio e porti da dove fuggi con l’innocenza di chi sa di dover far rientro. E’ la libertà in fila per salire. Non possono essere non-qualcosa. Sono qualcosa più di tutto il resto.

EstateEra come il giugno prima, ogni giugno, i miei partivano. E sarebbe stato così fino a quel giugno che sono andata con loro, come tornare piccola. E lo ringrazio, quel giugno della riparazione a matematica, e della nave fra Siviglia e l’oceano, quel giugno del cappello tirato in faccia a Lisbona rovente, quella cena io e mio padre, soli nella stanza da pranzo a mangiare in obliquo, tutti gli altri sotto coperta a vomitare. Ma quella è stata un’ eccezione. Di solito era sempre così. Loro partivano. Noi restavamo. La vacanza iniziava tornando a casa nella Uno grigia infuocata o nella 106 scassata, io e mia sorella, lei sempre 9 volte più grande di me, ma contente uguali, di corsa a riprenderci il territorio. Roma era sempre vuota. Il supermercato era la giostra di ghiaccioli colorati e patatine altrimenti proibite. Le giornate rotolavano nell’erba tagliata, nell’odore di polvere che si alza, nell’odore di mattina, e non me ne ricordo una in particolare ma tutte come quando entra l’aria tutta insieme. C’erano i bordi della piscina, le sere passate fra grattacieli di cartoni di pizza e grattacieli assediati da pazzi furiosi con le bombe, c’erano le videocasette. C’erano sedicimilalire prese di nascosto dal barattolo del sale grosso, dove i miei lasciavano la quota per sopravvivere. C’era mio fratello che di solito una mozzarella e tre rosette riusciva a pagarle quasi il doppio. E poi c’è stata quella volta che nel sale c’ho messo le mani pure io, per comprare la cassetta The Miracle,Acqua ascoltata tutta di un fiato tornando a piedi da lassù. C’era la musica tenuta alta, i primi concerti negli scantinati blues, le cene di fine corso al Cancelletto sulla Tuscolana, le prime volte che Roma mi arrivava addosso di notte e castel Sant’Angelo mi pareva casa delle fate, lontana e messa chissà dove. C’erano gli amici grandi in giro per casa, fino a tardi, che era l’unico tardi dell’anno che si poteva fare. Il disordine durava 13 giorni, il quattordicesimo si scatenavano le grandi pulizie. C’era un geco sul muro blu, le olimpiadi di notte a volte, le fughe d’amore di mia sorella che partiva di nascosto, il primo film con scene di nudo che avessi mai visto, a 7 anni, mio fratello che mi riportava conigli e merendine marca Fiesta dai suoi viaggi. L’attesa per le nostre vacanze private si scioglieva felice in un acquarello giallo e verde sul muro di casa, nella nostra personale interpretazione di quello spazio di quando i miei non ci stavano a guardare. Poi sarebbero arrivate le Inghilterre, i campeggi sovversivi, i grandi viaggi disegnati sulle mappe, le avventure.

Ma quel tipo di giugno, quello, non è più tornato. E niente al mondo l’ha sostituito.

La verità, vi prego, sull’amore.

22 giugno, 2008 di frapiccoleiene

Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è un’assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami
o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben lischio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull’amore.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle este è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità grave, vi prego, sull’amore.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accedrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.

W. H. AUDEN

In rain(bows)

18 giugno, 2008 di frapiccoleiene

In rainbows17 giugno 2008 – Arena Civica di Milano.

Bat for lashes/

15 Step/

Bodysnatchers/

All I Need/

Lucky/

Nude/

Pyramid Song/

Arpeggi/

The Gloaming/

Myxomatosis/Faust Arp/Videotape/Optimistic/My Iron Lung/Reckoner/Everything in its Right Place/Exit Music/Jigsaw/Karma Police/There There/Bangers ‘n’Mash/Climbing Up the Walls/Street Spirit/Cymbal Rush/Go Slowly/You&Whose Army?/Idioteque/signorina amore/il check in elettronico/hotel piemonte/bambino cacapalle del treno/pioggia/arcobaleno/in the rainbows/acqua nelle mutande/stanza trentanove/focaccine/ombrelli da combattimento/pringles cipolla e panna acida/w i calzini di kermit/fnac fnac fnac/divanetti/cielo di Milano/età intellettuale 40 anni/dove si prende la linea uno?/shampoo in aeroporto/balsamo in aeroporto/bagnoschiuma in aeroporto/cazzarola/rane haribo/doccia calda/piccola Lo/l’uomo che sputa proiettili/snupi/che cazzo di titolo è narradiohead/la cicciona napocagliaritana/formaggini a colazione/pareti sottili/si sente tutto/bere acqua/standa/scommetti?/musichetta maledetta sulla ryan/senso dell’orientamento/a piedi dalla stazione/secondo anello della tribuna mortacci vostri/arrivi e partenze non sono la stessa cosa/a bergamo si muore/espresso da napoli/cuscino sopra di me/un letto + un letto = un letto matrimoniale/scivolare nel fango mentre si corre/i signori dei panini che scappano/i milanesi si ammazzano coi piccioni/non voglio un hard disk/perdere l’equilibrio sulla scala mobile/è bello anche senza parlare/in silenzio/in aeroplano/you’re all I need.

Quattordicidigiugno.

15 giugno, 2008 di frapiccoleiene

By this river – Brian Eno

C’era una volta una nuvola ciclope. Col suo unico occhio sorvegliava le pecore del cielo e intanto cercava Plutone, perchè era il più piccolo e il più lontano e pure il più brutto, e a nessuno piaceva, proprio come lui. Un solo occhio però non bastava per Plutone e le pecore, e la nuvola era triste. Voleva guardare Plutone più di ogni cosa al mondo, ma c’era il rischio che le pecore fuggissero via lontano nei tanti pratistrati della sfera. Per non pensare alla tristezza la nuvola ciclope correva senza sosta e tutti ne avevano paura e non capivano quanto invece fosse infelice. E’ doloroso non riuscire a guardare oltre, dove si vuole, dove si potrebbe essere davvero felici. Ma poi una sera, un aereo è passato di lì. Ha bucato la nuvola ciclope sulla sua testona. Ora ha due occhi, e non fa più paura. Ora può guardare Plutone, e farsi fare altri buchi da ogni aereo, per vedere ogni pianeta. E non ci sarà nessun Nessuno che la trafigge e la inganna stanotte quattordicidigiugno. E le pecore resteranno al loro posto a belare e brucare. E Plutone pure.

Nuvola Al supermercato ci vado almeno una volta a settimana. Più una volta extra per guardare lo yogurt. Ci passo una media di due ore ogni volta. Otto ore al mese. Quasi cento ore l’anno. Dopo la superficie su cui dormo, la macchina – che a volte è anche la superficie su cui dormo – il portatile, la piscina, la strada alberata, il supermercato è il posto fisso dove passo più tempo. Mi fa ridere, mi rilassa, mi regala storie ed è un piccolo rito. E’ inevitabile che molti dei miei pensieri nascano in mezzo ai surgelati, o nel fondo del carrello o sullo scanner, mentre mi impicco ad aprire le buste di plastica. Anche se un giorno una cassiera gentile a cui ho fatto pena mi ha svelato il trucco. Bisogna seguire il solco laterale col dito. Comunque era sullo scanner ieri che mi scavavo dentro. Pensavo. A tutte le cose che non hai conosciuto. Mi viene in mente una lista infinita. Non hai mai usato un euro, poco male, sono soldi del cazzo, pesano e ti fanno sentire povero. Non hai mai usato il bancomat, nè la carta di credito. Li trovavi pericolosi. Se sapessi che mamma ci effettua transizioni in Giappone e in Australia ti prenderebbe un colpo. Soprattutto se sapessi che lo fa per dei pezzi di stoffa. Non hai visto dieci compleanni di ognuno. Non hai visto mai Riccardo. E’ di Peppe, per la cronaca, ed è carino. Mi fa ridere perchè quando lo vestono si spoglia e resta tutto nudo se non gli piacciono i vestiti scelti. Gli altri impiastri sì, li hai visti, ma non te li sei goduti. Quello più grande – l’unico con cui facevi a gara per pisciare al bagno – gira con l’ipod per strada…

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