Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d’umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi come tutto ciò che costituisce l’ultima sostanza della molteplicità delle cose.
I. C.
Confesso. Non conosco quasi per niente i poliziotteschi. Però adoro i titoli che hanno. E quella musica a cui devo il titolo di questo esperimento, la
canto in macchina da troppo poco tempo, pure se mi piace come fosse stata sempre mia. Sono un criminale. Le iene le ho rubate, appropriazione indebita. I milanesi che si ammazzano pure. Ma è anche così che si cresce, temo, sottraendo dettagli, ritagli, mangiando la carta e la vita tutt’intorno alla nostra, che sennò rischierebbe di restare sempre uguale a sè stessa e piccola. Il mondo ci provoca ogni giorno, bisogna rispondere. Nelle tasche degli altri ci guardo sempre. Ma se ci infilo le mani per rubare è solo per merce rara, per cui vale la pena finire dentro. Sennò il più delle volte mi piace inventarmele le robe da mettermi in tasca. I milanesi non sono i miei, l’ho detto. Ma Nick Horby lo è. Maledettamente solamente mio. Uno di quegli incontri folgoranti fra te e altro da te che ti appartiene già. Fra te e il libro, e quindi fra te e chi l’ha scritto. Impossibile da dimenticare. Mi è capitato altre volte, e le ricordo tutte. Quando di uno scrittore – di una musica, di un amore – si segue la genesi, passo passo, l’ascesa, il crollo, la picchiata, il volo, il midollo, ci si cresce insieme, non si è più ladri, si è quasi genitori. E quasi figli. In trepidante attesa del prossimo gemito.
Anni 19. Libreria Arion. Romanzi edizione Guanda. Li guardo per principio, la Guanda pubblica la metà degli autori che adoro. Ragazzino con maglia rossa. Foto che vira al seppia. Titolo curioso: Febbre a 90. Lo tocco. Lo annuso, sa di buono e tipografia. Quarta di copertina. Questo tizio inglese parla per oltre 200 pagine di un fanatico ossessionato dall’Arsenal che sarebbe capace di lasciar partorire la sua ragazza sui gradoni dello stadio se fosse il giorno di una partita chiave della sua squadra. Cristo parla di calcio. Il calcio a casa mia c’entra da quando esisto, come nella media delle case del mondo. Ma a me non riguarda. Il tizio che scrive però è anche il protagonista del libro. E’ un fanatico, un folle squilibrato. La qual cosa sì, mi riguarda, me la sento addosso e non so neanche bene perchè. Anzi lo so. Perchè mi fa sorridere. E’ una specie di potere appreso. Voglio leggere cose che mi fanno sorridere perchè voglio imparare a scriverle. Ho passato troppe volte i 16 anni a prendermi sul serio. Troppi nomi della rosa sulle ginocchia nel sedile di dietro del 131 verde militare. Troppo poesie di Shelley. Diceva Italo Calvino in Lezioni Americane, che nella vita, col tempo, bisogna cercare la leggerezza. Sottrarre peso. Devo imparare ad allegerire, prima di affondare. Nick Hornby arriva al momento giusto nella mia esistenza e non se ne va più. Non c’è stato un suo libro che non ho atteso. Che non ho divorato, amato, giudicato, letto, annusato, riletto, sottolineato, preteso indietro. (Tranne 31 canzoni, lo ammetto, perchè la musica è un fatto troppo personale). L’ultimo romanzo l’ho prenotato un mese prima che uscisse. Due giorni per finirlo e già mi manca. Certe sere lo riprendo, è andato via troppo presto. Di libri migliori ne ho letti a decine. Di capolavori. Nick Hornby non scrive capolavori. Ma scrive di esseri maschili come vorrei scrivere io se fossi un maschio. E scrive di musica come se fosse uno del Rolling Stones e di manie come se fosse un pazzo scatenato che ce le ha tutte. E scrive di ragazzini come se fosse un ragazzino. E di emozioni come fosse una donna. Con un’ironia tipicamente scorretta, tipicamente inglese, tipicamente un bel niente, perchè è padre di un figlio autistico e di cazzi ne ha tanti nella vita, nella testa. Ma a me fa ridere. E ora mi sento una maledetta traditrice colpevole, che è peggio di una ladra. Perchè ho scoperto da 20 minuti che ieri Nick Hornby se ne stava al Festival delle Letterature, dove ho spiato per meno Pennac e De Lillo.
Ieri c’era Hornby. Ma mancavo io. Non sono una di quelle patite feticciose che si attacca alle firme dietro le copertine. Odio l’idea di autografo. Odio le foto scattate ai concerti. Non toccherei nessuna persona solo perchè la stimo artisticamente. Non ho mai avuto eroi. E non ho mai aspirato ad adorarne le reliquie – come quel pazzo che ha rubato giorni fa le ceneri di Kurt Kobain – o le ciocche di capelli. Nick Hornby oltrettutto è palesemente calvo. Ma ieri sera c’era, e io no. Mi sento in colpa. E’ come se il tuo gruppo preferito fa un’unica data in un unico tour nella tua città e tu non ti sprechi ad andarci. Puoi sentirti mille volte lo stesso cd, ma non sarà mai come essere lì, dal vivo. Bisogna coltivarseli gli scrittori. Come ogni cosa che si ama e che genera passione. Bisogna dedicarsi. Ricordarsi quando arrivano, quando tornano. Seguire le loro vite. Per lo meno quando sono a 20 chilometri dalla tua finestra e leggono ad alta voce le pagine del loro ultimo romanzo. O h m i o d i o. E se ieri sera ha letto quel pezzo che parla del bambino di nome Ufo? Quanto mi ha fatto sorridere – in momenti in cui non c’era niente da ridere – quanto mi ha rapito nella zozza metro romana, quante immense ore piccole mi ha riempito di allegria e svuotato di inquietudine? Questo almeno glielo dovevo, la mia presenza glielo doveva: qualcosa gratis in cambio. E invece l’ho perso. Perso per un pelo a Mantova, perso come un treno a Roma.
Il medico legale non ha dubbi. La piccola morte di una malata di Hornby risale a ieri sera.
Febbre a 90
Alta fedeltà
Un ragazzo
Come diventare buoni
Trentuno canzoni
Non buttiamoci giù
Una vita da lettore
Tutto per una ragazza