…a volte succede qualcosa di dolce e fatale
come svegliarsi e trovare la neve
o come quel giorno che lei mi sorrise ma senza voltarsi e fuggire
vederla venirmi vicino fu quasi morire
trovare per caso il destino e non sapere che dire
ma invece fu lei a parlare
mi piace guardare la faccia nascosta del sole
vedere che in fondo si muove dormire distesa su un letto di viole,
mi disse e a te cosa piace?
mi piace sentire la forza di un’ala che si apre
volare lontano sentirmi rapace,
capace di dirti ti amo
aspettiamola insieme l’estate…
L’autostrada – Daniele Silvestri
Prima dei 15 anni a giugno si restava a casa soli. Le valigie dei miei si chiudevano su un mondo fatto per due settimane di cioccolato che cola dallo stecco, pesche e albicocche, cloro di piscina e pomeriggi con le finestre abbassate, passati a respirare il divano o il sole. O anche Die Hard, che mia sorella aveva la tendenza a propinare. Ogni anno succedeva proprio così. I miei a un certo punto del mese andavano via. Era sempre quando la scuola era finita, ma le pagelle non erano ancora uscite, per fortuna. Era sempre la mattina presto. Eravamo sempre io e mia sorella a lasciarli in qualche stazione, strada, treno, aeroporto. Li chiamano non-luoghi, è una parola che mi piace tanto, è uno scatolone di immagini senza bordi. Ma è sbagliata. Dove c’è qualcuno con la valigia e il walkman e pane e prosciutto e mozzarella e crema che profuma di cocco e di buono e vita che scordi dietro le spalle al posto dello zaino – è un luogo più di ogni altro. E’ una spanna di gradi di separazione da casa tua, sono rampe di lancio e porti da dove fuggi con l’innocenza di chi sa di dover far rientro. E’ la libertà in fila per salire. Non possono essere non-qualcosa. Sono qualcosa più di tutto il resto.
Era come il giugno prima, ogni giugno, i miei partivano. E sarebbe stato così fino a quel giugno che sono andata con loro, come tornare piccola. E lo ringrazio, quel giugno della riparazione a matematica, e della nave fra Siviglia e l’oceano, quel giugno del cappello tirato in faccia a Lisbona rovente, quella cena io e mio padre, soli nella stanza da pranzo a mangiare in obliquo, tutti gli altri sotto coperta a vomitare. Ma quella è stata un’ eccezione. Di solito era sempre così. Loro partivano. Noi restavamo. La vacanza iniziava tornando a casa nella Uno grigia infuocata o nella 106 scassata, io e mia sorella, lei sempre 9 volte più grande di me, ma contente uguali, di corsa a riprenderci il territorio. Roma era sempre vuota. Il supermercato era la giostra di ghiaccioli colorati e patatine altrimenti proibite. Le giornate rotolavano nell’erba tagliata, nell’odore di polvere che si alza, nell’odore di mattina, e non me ne ricordo una in particolare ma tutte come quando entra l’aria tutta insieme. C’erano i bordi della piscina, le sere passate fra grattacieli di cartoni di pizza e grattacieli assediati da pazzi furiosi con le bombe, c’erano le videocasette. C’erano sedicimilalire prese di nascosto dal barattolo del sale grosso, dove i miei lasciavano la quota per sopravvivere. C’era mio fratello che di solito una mozzarella e tre rosette riusciva a pagarle quasi il doppio. E poi c’è stata quella volta che nel sale c’ho messo le mani pure io, per comprare la cassetta The Miracle,
ascoltata tutta di un fiato tornando a piedi da lassù. C’era la musica tenuta alta, i primi concerti negli scantinati blues, le cene di fine corso al Cancelletto sulla Tuscolana, le prime volte che Roma mi arrivava addosso di notte e castel Sant’Angelo mi pareva casa delle fate, lontana e messa chissà dove. C’erano gli amici grandi in giro per casa, fino a tardi, che era l’unico tardi dell’anno che si poteva fare. Il disordine durava 13 giorni, il quattordicesimo si scatenavano le grandi pulizie. C’era un geco sul muro blu, le olimpiadi di notte a volte, le fughe d’amore di mia sorella che partiva di nascosto, il primo film con scene di nudo che avessi mai visto, a 7 anni, mio fratello che mi riportava conigli e merendine marca Fiesta dai suoi viaggi. L’attesa per le nostre vacanze private si scioglieva felice in un acquarello giallo e verde sul muro di casa, nella nostra personale interpretazione di quello spazio di quando i miei non ci stavano a guardare. Poi sarebbero arrivate le Inghilterre, i campeggi sovversivi, i grandi viaggi disegnati sulle mappe, le avventure.
Ma quel tipo di giugno, quello, non è più tornato. E niente al mondo l’ha sostituito.