Dedicato alle donne coi piedi grandi
Le scarpe, quelle me le ricordo bene. Piccoli involucri laccati di vernice rosa chiaro. Tacco di legno duro, non alto, rivestito di una patina lucida. Un grosso fiocco di raso di una tonalità più scuro, incollato alla buona sulla punta, rotonda. Di meglio non avremmo potuto fare. Certo, non potevamo immaginare che di quello sforzo di rovista-rovista, cuci-cuci e tagliuzza-tagliuzza scampoli di casa, avanzi di vestiti e tende e cianfrusaglie, la Signora Fatina ne faceva poi tutto un luccichio e un bagliore. E che la vernice diveniva cristallo, la polpa arancione diveniva cocchio, le tende sagomate divenivano stoffe lucenti, sete, pizzi, velluti, e tutto quello che tutti sanno già.
Ma qualcosa, anche i più ben informati, credo io, la ignorano. E io sono qui per dirvela.
Sull’inizio di questa strana storia che c’era una volta tutti vi dicono, io confermo tutto. Che Cerentola era senza dubbio la più bella, e che quando arrivò la prima volta in questa casa grande e scura, la madrina trasalì. Ci vedeva lontano la donnaccia e aveva ragione a temere. In realtà c’era ben poco da veder lontano. Quegli scorfanetti di Genoveffa e Anastasia, brutte pure a tre anni, contro ogni legge di natura che vuole i bambini tutti belli, avrebbero rischiato in ogni caso di rimaner zitelle, da grandi, anche senza una tanto evidente concorrenza. Ma un conto è temere una consistente probabilità e un conto è avere nella stanza accanto, che dorme beata, miss pelle di pesca, miss piedini piccoli, miss occhioni lucenti, miss vitino di vespa, miss sorriso smagliante, miss meraviglia anche con uno straccetto addosso e la cenere nei capelli, altrimenti biondissimi. Tutte cose che la madrina, avvezza al brutto in casa, scongiurava con vigore. Tutte cose, che le povere e tonte sorellastre, in realtà, subodoravano appena come pericolose cause della loro eterna zitellagine. Perché poi, anche questo va chiarito, Anastasia e Genoveffa, non erano crudeli. E’ che i loro piedi, giganti pagnotte informi, callose rotondità senza pace, non avevano mai trovato dimora in piccole e aggraziate scarpine. E dovevano sempre rifugiarsi altrove. Un altrove spesso goffo e poco promettente. E se dai piedi si capisce qualcosa - io che di piedi me ne intendo, perchè ne ho visti a centinaia – vi dico che quel che restava delle sorellastre era come i piedi: senza nessuna possibilità di sistemazione.
Così quando Cenerentola crebbe, più bella ad ogni compleanno, era sempre più evidente, ballo regale o no, che le due povere sorelle, avrebbero dovuto vedersela per sempre con lei. A meno di non compiere scellerati gesti, a volte bramati in sogno, va detto, la soluzione era solo cercare di sciuparla più in fretta possibile, relegandola alle dure e infinite faccende domestiche. Ma a poco era servito il rincarar la dose quotidiana. A fine giornata i capelli zozzi di fuliggine tornavo sempre a brillare. Le mani, immerse per ore nello sporco della casa, erano sempre bianche e curate. Il corpo era sempre slanciato e sodo, pur nutrendosi di pochi avanzi. La fatica non lasciava mai segni sul viso. Il sorriso erano sempre trentadue perle. Parliamoci chiaro, a chiunque, anche buono di cuore, questa situazione un po’ avrebbe dato noia. E questa noia, che divenne cogli anni invidia e poi si trasformò in rancore che montò in perenne frustrazione, trovò la sua consolazione in un colpo alla porta. Quando il messo del re bussò con un solo tocco e srotolò il solenne papiro dell’invito a corte, esteso a qualunque fanciulla del reame, le quattro donne, riunite nella stessa stanza, ebbero diversi pensieri. E io, che non so leggere nella mente, capii dai piedi cosa volevano dire. Il piedone imponente di Genoveffa, che sbuffava nervoso, e picchiettava a ritmo di un secondo sul duro pavimento, chiuso in un orrenda scarpa di velluto, voleva dire: io quella al ballo non ce la voglio. Il piede satollo e immobile di Anastasia, intrappolato in uno stretto sandalo costrittivo, che creava un emostatico effetto salsicciotto, stava urlando: io quella al ballo non ce la voglio. I piedini scalzi e delicati di Cenerentola, si erano appena mossi, convergendo le punte in un timido gesto che sta per dire: quanto vorrei poterci andare anch’io. Il tacco grosso e austero della madrina, sbattuto con vigore una sola volta, non appena il messaggero finì di tessere l’invito, non lasciò ombra di dubbio al suo pensiero: Cenerentola, tu al ballo non verrai mai.
Poco ci volle, così, che quello che vidi nei piedi, divenne realtà. E quella tristemente sarebbe rimasta, se quel giorno non fosse accaduto ciò che tutti sanno. Il vestito creato con poco, Cenerentola che scende dalle scale più bella che mai, la scenate di gelosia e le urla isteriche delle sorellastre, i capelli tirati, la collana strappata, le vesti stracciate, il veto della madrina. Cenerentola che piange in un angolo, rimasta sola e senza speranza alcuna di andare al ballo. E poi una luce dal nulla, un’apparizione, e bidibibodibibù, fa la magia tutto quel che vuoi tu. Sono certo però che quello che nessuno sa, è che la fatina, provvidenziale e strategica nella sua venuta, aveva omesso alla sua mente e di conseguenza alla nostra, un piccolo dettaglio. I maligni e i reietti sostengono ancora oggi, che fosse per via di un conclamato stato di senilità avanzata. Dal ministero delle favole, per rimediare allo spargersi di tanto audaci e compromettenti voci, venne emessa una circolare dal titolo categorico: omertà o disfavolamento. Pesanti sanzioni erano previste per chi avesse mai dichiarato il vero. Il rischio più grosso era di venir appunto “disfavolati”, che da noi vuol dire cancellati per sempre da ogni libro di storie e gettati nell’eterno oblio. Solo oggi, che i diritti d’autore sono estinti e che il ministero ha chiuso i battenti, lasciando posto a un più blando ufficio reclami, posso dirvi senza rischiare l’esilio dal mio mondo, quel che accadde per davvero quella notte. La fatina, dopo aver compiuto l’incantesimo, si raccomandò bene di scappare a gambe levate allo scoccare della mezzanotte. Peccato che – sbadata o anziana che fosse – dimenticò di aver commesso la magia secondo l’orario del mondo delle fate, che, come forse qualcuno sa, ha l’orologio puntato 15 minuti avanti rispetto al mondo degli umani. Quella che per la fatina era una semplice mezzanotte col fuso orario, per tutti noi sarebbe diventata da lì a poco una drammatica scoperta. Ma andiamo con ordine. Cenerentola, incantevole nel suo vestito bianco avorio, capelli raccolti da un’esile corona, piedini ben caldi nelle graziose scarpine di cristallo, danzava lieve al ritmo di un valzer, fra le forti braccia del principe che a sé la stringeva. Tutta la sala era in estasi davanti a tanta bellezza e complicità. I piedi di Anastasia, Genoveffa e della madrina erano muti d’invidia. Come le loro facce, che per la prima volta potevo scorgere da pari altezza. Quando erano ancora le undici e mezza, noi tutti, stretti in un angolo del palazzo dove ci era concesso sostare, spiavamo sospirando di gioia e commozione, la nascita di un meraviglioso amore. E pensavamo, ognuno fra noi, che mezz’ora sarebbe bastata a far condensare tanti languidi sguardi in un celestiale bacio. Così quando arrivarono le undici e quarantacinque nessuno di noi pensò a quello che da lì a un nanosecondo sarebbe accaduto. Fu il finimondo. All’improvviso scoppiò una densa nube di fatata polverina post incantesimo che mandò in aria l’intera sala da ballo. E puff, in un batter d’occhio mi ritrovai a sbattere violentemente in terra. Ero di nuovo un topo ad altezza piedi. Quel che accadde poi, potete solo immaginarlo. A vederci nelle nostre reali sembianze di topini e uccellini e un cavallo gigante che infestavano una sala ormai distrutta, l’intero palazzo iniziò ad urlare. Gente che scappava in ogni dove, terrorizzata. Strilli, vetri rotti, portate volanti, mani al cielo. Il palazzo era diventato la piazza di un mercato in subbuglio. E io, mio malgrado, uno dei protagonisti della festa. Mentre qualcuno tentava di farmi fuori a colpi di attizzatoio e scettro regale, riuscii appena a scorgere, fra gambe scalpitanti e scarpe in preda al panico, i piedi nudi e immobili della mia Cenerentola, teneramente accavallati l’un sull’altro, nel recinto di una mattonella. E su su, a seguire, una veste malridotta e stracciata, il viso sporco, i capelli arruffati. Era tornata la piccola sguattera di sempre. Quello che vidi poi, ve lo assicuro, colmò di sorpresa me, ma anche gli altri invitati al ballo e i presenti tutti. Dopo un breve istante di confusione, il principe, che aveva riconosciuto nella zingarella scalza innanzi a lui la sua bellissima compagna di balli, fece qualcosa di veramente inatteso. Noncurante del caos che gli si agitava intorno, si inchinò alla sua principesca maniera, e con un regale gesto, si sfilò entrambe le nobili scarpe. Tolte anche le seriche calze color indaco, il figlio del re rimase esattamente a piedi nudi. E vi assicuro, che da laggiù dove mi trovavo, pur nella confusione, potevo vederli bene. E non erano di certo dei gran bei piedi. Tozzi, rugosi, con le unghie troppo corte, nessuno si sarebbe aspettato che le regali estremità del futuro sovrano potessero essere tanto brutte. Eppure stavano lì, senza alcuna vergogna. E dopo un breve esitare, volteggiavano di nuovo al ritmo di un valzer silenzioso, che solo il cuore di un innamorato può sentire. Dietro gli correvano i dolci piccoli piedi di Cenerentola, liberi da orpelli. La scena era così sorprendente che tutti in un istante si dimenticarono del resto. E uno a uno, presi da tanta naturale bellezza o solo mossi dalla paura di non rispettare i nuovi dettami reali, iniziarono a togliersi le scarpe. Fu un tripudio di piedi. Piccoli, grossi, bellissimi, perfetti, ossuti, orrendi, puzzolenti, aggraziati, sproporzionati, curati, sporchi, delicati, agili, giganti, mostruosi, grassocci, leggeri, affusolati, storti, callosi, profumati, bianchi, adunchi, zompettanti, pelosi, eterei, allegri, impacciati. Finalmente liberi. Danzavano audaci o tenevano il tempo, sostavano a bordo pista, picchiettavano leggeri, intrepidi si lanciavano in un nuovo ritmo. Fu così che vidi compiersi davanti ai miei occhi, alla mia altezza, la favola più bella. Di un principe e di una principessa che sarebbero vissuti per sempre, felici, contenti e scalzi.
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