C’era una volta un panda con il vestito da giardiniere e non c’è più. Un vestito rosso e strano che nascondeva le forme, più una tuta che un tulle, più un meccanico che una principessa. Aveva i capelli corti tagliati sempre strani da anni ormai, che per farli ricrescere c’è voluto tutto il liceo e due cambi di università. Era grassoccio e non rideva tanto, perchè a quell’epoca credeva ai romantici. Leggeva Shelley, che era veramente un poeta da lapidi, ma al panda quel tipo di tormento piaceva. Leggeva Elogio della fuga. Sentiva musica triste, roba che parlava di uragani, affondava nel tetto la notte, la testa incassata fra le tegole, chiedendo troppo alle stelle. Sognava il mare, così lontano e libero e aperto e pieno di squali ma senza lapidi. Il blu e il rosso australi. Poi ne ha fatto un fagotto e l’ha chiuso nello stanzino parlante, e da allora il mare là è restato. A parte qualche volta, l’estate, che l’ha visto e s’è commosso. Ma un panda non è fatto per il mare. E forse non è fatto proprio per niente. Forse è per questo che prima o poi si estingue.
