L’assassino vien di notte/mangiando.

12 Giugno, 2008 di frapiccoleiene

Se fosse un film stanotte sarebbe NICOTINA – LA VITA SENZA FILTRO di Rodriguez, che non è quello di Hearth from aboveSin City, ma uno dei tanti messicani sfigati di una delle tante frontiere che spaccano il mondo. Alla fine, che io ricordi, sono tutti morti, o quasi. Se fosse una canzone sarebbe CHE NOTTE – FRED BUSCAGLIONE. Sparano e scazzottano e poi Buck la Pasta, Jack Bidone e i fratelli Bolivar crepano tutti. Se fosse inverno dormirei con la porta chiusa ora, così non potrebbe entrare nessun assassino, che di solito arrivano di notte. E invece sto qua con l’orecchio teso ai passi, a sentire l’aria che goccia di fuori e la mia vita a un chilometro. Se il mio cane ha messo le ali non lo so, ma mi aspettava fuori dal cancello stanotte. Se fosse stato un angelo di cane non mi sarei stupita, c’ho pure pensato, ma il selezionatore di cane morto* non ce l’ho nemmeno io, e per fortuna invece lui sta tutto intero dietro la porta, pelliccia pulciosa compresa, e respira.

Nicotina - La vita senza filtro posterHo quasi finito di guardare Christine la macchina infernale dopo aver visto Gomorra. Due libri che non ho letto. Due film che ho visto, senza troppi colpi in pancia. La macchina in questione non ha fin’ora fatto niente di infernale, non c’è scappato nemmeno un morto. Dai libri di King non sono mai stati tratti buoni film. A parte Carrie, Le ali della libertà e Stand by me. Ma se penso al coso che spunta dal water di L’ammazzasogni mi rimangio tutto, come quello si mangia tutto ciò che trova quando s’affaccia dalla fogna. Ma questa è una di quelle inutili considerazioni che lasciano il tempo che trovano. E di cui credo non freghi niente a nessuno, perchè stanotte – nè mai – non ho scritto sui Cahiers e i giovani turchi invece sì. Peccato che Truffaut sia morto prima che m’innamorassi di lui. In suo onore ho chiamato François un albero. Per lo più è successo a tutti quelli che ho amato. Di immolargli piante, di vederli morire. Non necessariamente in questa successione, per fortuna. Marlon Brando mi si è suicidato fra le braccia, come un cactus marcio lanciato sul tetto. E invece Paul Newman, che non ha mai avuto da me che so, un pino, un mirto o un ginepro, sta lì lì per morire solo molti anni dopo che pronostico la sua fine (non per motivi personali, sia chiaro, ma per biologia). I vivi non li cito, non vorrei portare male, anche se alla superstizione non ho mai creduto. Ma Freddie Mercury è crepato una settimana dopo che avevo deciso di adorare i Queen. Non ho li ho uccisi io tutti quanti. Li ho solo presi troppo tardi. La scarsità di tempismo è uno dei miei limiti più grandi.

Di ieri la notizia di un francese dato per morto, che ha ricominciato a far battere il suo cuore di paura, quando il bisturi stava incidendo il suo sterno per portarglielo via. Sarà uno dei miei eroi personali. Come chi scriverà veramente un libro per bambini chiamato il bosco di caccole. Come il vecchio che da Feltrinelli si confidava con altri attempati teneri figuri di essere riuscito a mandare il suo primo sms. Sono questi i miei personaggi, quelli a cui vorrei dar vita, in qualche favola lontana, in qualche libro di carne e ossa prima o poi.

Ma stanotte non so far altro che l’assassino. Perfino quattro scarafaggi ho fatto fuori. Io che odio gli scarafaggi, e quindi di conseguenza trovarmi le loro budella verdognole sotto le scarpe. Ma li ho uccisi.

E magari dopo mi mangio pure pane e tacchino.

* titolo di un racconto non mio

La morte risale a ieri sera. (I nickhornbiani si ammazzano il giovedì)

6 Giugno, 2008 di frapiccoleiene

Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d’umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi come tutto ciò che costituisce l’ultima sostanza della molteplicità delle cose.

I. C.

Confesso. Non conosco quasi per niente i poliziotteschi. Però adoro i titoli che hanno. E quella musica a cui devo il titolo di questo esperimento, laNick Hornby canto in macchina da troppo poco tempo, pure se mi piace come fosse stata sempre mia. Sono un criminale. Le iene le ho rubate, appropriazione indebita. I milanesi che si ammazzano pure. Ma è anche così che si cresce, temo, sottraendo dettagli, ritagli, mangiando la carta e la vita tutt’intorno alla nostra, che sennò rischierebbe di restare sempre uguale a sè stessa e piccola. Il mondo ci provoca ogni giorno, bisogna rispondere. Nelle tasche degli altri ci guardo sempre. Ma se ci infilo le mani per rubare è solo per merce rara, per cui vale la pena finire dentro. Sennò il più delle volte mi piace inventarmele le robe da mettermi in tasca. I milanesi non sono i miei, l’ho detto. Ma Nick Horby lo è. Maledettamente solamente mio. Uno di quegli incontri folgoranti fra te e altro da te che ti appartiene già. Fra te e il libro, e quindi fra te e chi l’ha scritto. Impossibile da dimenticare. Mi è capitato altre volte, e le ricordo tutte. Quando di uno scrittore – di una musica, di un amore – si segue la genesi, passo passo, l’ascesa, il crollo, la picchiata, il volo, il midollo, ci si cresce insieme, non si è più ladri, si è quasi genitori. E quasi figli. In trepidante attesa del prossimo gemito.

Anni 19. Libreria Arion. Romanzi edizione Guanda. Li guardo per principio, la Guanda pubblica la metà degli autori che adoro. Ragazzino con maglia rossa. Foto che vira al seppia. Titolo curioso: Febbre a 90. Lo tocco. Lo annuso, sa di buono e tipografia. Quarta di copertina. Questo tizio inglese parla per oltre 200 pagine di un fanatico ossessionato dall’Arsenal che sarebbe capace di lasciar partorire la sua ragazza sui gradoni dello stadio se fosse il giorno di una partita chiave della sua squadra. Cristo parla di calcio. Il calcio a casa mia c’entra da quando esisto, come nella media delle case del mondo. Ma a me non riguarda. Il tizio che scrive però è anche il protagonista del libro. E’ un fanatico, un folle squilibrato. La qual cosa sì, mi riguarda, me la sento addosso e non so neanche bene perchè. Anzi lo so. Perchè mi fa sorridere. E’ una specie di potere appreso. Voglio leggere cose che mi fanno sorridere perchè voglio imparare a scriverle. Ho passato troppe volte i 16 anni a prendermi sul serio. Troppi nomi della rosa sulle ginocchia nel sedile di dietro del 131 verde militare. Troppo poesie di Shelley. Diceva Italo Calvino in Lezioni Americane, che nella vita, col tempo, bisogna cercare la leggerezza. Sottrarre peso. Devo imparare ad allegerire, prima di affondare. Nick Hornby arriva al momento giusto nella mia esistenza e non se ne va più. Non c’è stato un suo libro che non ho atteso. Che non ho divorato, amato, giudicato, letto, annusato, riletto, sottolineato, preteso indietro. (Tranne 31 canzoni, lo ammetto, perchè la musica è un fatto troppo personale). L’ultimo romanzo l’ho prenotato un mese prima che uscisse. Due giorni per finirlo e già mi manca. Certe sere lo riprendo, è andato via troppo presto. Di libri migliori ne ho letti a decine. Di capolavori. Nick Hornby non scrive capolavori. Ma scrive di esseri maschili come vorrei scrivere io se fossi un maschio. E scrive di musica come se fosse uno del Rolling Stones e di manie come se fosse un pazzo scatenato che ce le ha tutte. E scrive di ragazzini come se fosse un ragazzino. E di emozioni come fosse una donna. Con un’ironia tipicamente scorretta, tipicamente inglese, tipicamente un bel niente, perchè è padre di un figlio autistico e di cazzi ne ha tanti nella vita, nella testa. Ma a me fa ridere. E ora mi sento una maledetta traditrice colpevole, che è peggio di una ladra. Perchè ho scoperto da 20 minuti che ieri Nick Hornby se ne stava al Festival delle Letterature, dove ho spiato per meno Pennac e De Lillo.

Ieri c’era Hornby. Ma mancavo io. Non sono una di quelle patite feticciose che si attacca alle firme dietro le copertine. Odio l’idea di autografo. Odio le foto scattate ai concerti. Non toccherei nessuna persona solo perchè la stimo artisticamente. Non ho mai avuto eroi. E non ho mai aspirato ad adorarne le reliquie – come quel pazzo che ha rubato giorni fa le ceneri di Kurt Kobain – o le ciocche di capelli. Nick Hornby oltrettutto è palesemente calvo. Ma ieri sera c’era, e io no. Mi sento in colpa. E’ come se il tuo gruppo preferito fa un’unica data in un unico tour nella tua città e tu non ti sprechi ad andarci. Puoi sentirti mille volte lo stesso cd, ma non sarà mai come essere lì, dal vivo. Bisogna coltivarseli gli scrittori. Come ogni cosa che si ama e che genera passione. Bisogna dedicarsi. Ricordarsi quando arrivano, quando tornano. Seguire le loro vite. Per lo meno quando sono a 20 chilometri dalla tua finestra e leggono ad alta voce le pagine del loro ultimo romanzo. O h m i o d i o. E se ieri sera ha letto quel pezzo che parla del bambino di nome Ufo? Quanto mi ha fatto sorridere – in momenti in cui non c’era niente da ridere – quanto mi ha rapito nella zozza metro romana, quante immense ore piccole mi ha riempito di allegria e svuotato di inquietudine? Questo almeno glielo dovevo, la mia presenza glielo doveva: qualcosa gratis in cambio. E invece l’ho perso. Perso per un pelo a Mantova, perso come un treno a Roma.

Il medico legale non ha dubbi. La piccola morte di una malata di Hornby risale a ieri sera.

Febbre a 90

Alta fedeltà

Un ragazzo

Come diventare buoni

Trentuno canzoni

Non buttiamoci giù

Una vita da lettore

Tutto per una ragazza

Movie schifezze’s list (part I)

5 Giugno, 2008 di frapiccoleiene

O delle zozzissime cose – e non è certificato che siano tutte commestibili o non pericolose – da mangiare spalmati sul divano durante una calda notte d’estate davanti al filmetto prescelto…

MARSHMALLOW

SmeshmelloC’è stato un breve periodo della mia vita in cui li ho chiamati smeshmello, perchè mi piace mettere la s davanti alle cose. Su questi cuscinetti soffici e colorati e nuvolosi di dubbia origine – forse sono cervelli di altre forme di vita – e vago sapore alla varacchina vanigliata, ho una mia precisa teoria: creano dipendenza. E non lasciano possibili interpretazioni. O si adorano o fanno veramente schifo, all’incirca come le ostriche. Stamattina la cassiera del supermercato che passava il mio pacchetto settimanale (consiglio vivamente le Haribo specials, non hanno concorrenza, e sono coperte di zucchero) è rimasta allucinata davanti allo scanner, che in cambio del mio paciuto sacchetto di nuvolette zuccherose e rosagiallinoverdino, ha avuto la scritta: busta di cotone. Gli italiani, che verso l’uccisione delle traduzioni di nomi stranieri hanno una particolare attitudine, hanno pensato bene di chiamare C O T O N E queste soffici forme di glucosio&diabete tondo, cubesco o intrecciato, rubato ai tetti della casa di Hansel e Gretel o alle cime innevate del regno di Oz. Ma d’altronde da un popolo che cambia in Se mi lasci ti cancello il verso meraviglioso di Pope, The eternal sunshine of the spotless mind, cosa ci si poteva aspettare?

FONZIE, PUFF E ALTRE PATATINE FORMAGGIOSE

Premessa doverosa: a me le patatine semplici proprio non piacciono.Fonzies Rientrano anzi in quella categoria di calorie vuote che servono solo a ingrassare senza arrecare piacere al mio palato. Nella stessa categoria ci metterei anche lo zucchero, la coca cola, la maionese, il burro. E tutti i tipi di pesce, che in realtà non sono inclusi neanche nella lista degli alimenti commestibili, a causa della mia grande affezione verso le creature del mare. E della spina che mi stava eliminando dalla faccia del mondo 27 lontanissimi anni fa. Perciò se di una morte si deve morire, meglio che sia rotonda e sappia di quattro formaggi. Se poi ci si mette il paccone gigante, il maxi schermo, la versione al forno, le puff a cornetto, i cuoricini a grata, le cipster in piccoli pacchettini rossi anti senso di colpa, l’aroma paprika, e la manina appiccicosa di gomma come sorpresa, non resta che sedersi comodi comodi e farsi dolcemente imboccare. (La qual cosa ha il doppio vantaggio di creare una tenera complicità e di evitare che le vostre mani puzzino per giorni di provola e gruviera)…

HARIBO JE T’AIME

Orsetti in loveLe Haribo hanno un doppio significato nella mia vita. Non sono semplici schifezze ammazzafegato e procura sorriso (sono estremamente zuccherofila), ma hanno il potere di evocare una dolcezza diversa. Se fosse una favola direbbe che c’era una volta un prode ragazzo che a bordo del suo lucente golfettone frenava ad ogni autogrill per portare alla sua bella manciate di deliziose gemme colorate. Senza temere alcuna forma, che fossero enormi coccodrilli o grizzly scatenati, squali blu del Pacifico o buie strade di nera liquirizia, che fossero lascive puffette in un mare di puffi o bacche misteriose rubate a qualche lontano sottobosco, egli era pronto a domarle, ella pronta a divorarle. Per chi ama la Francia, per chi non ha problemi di carie, per chi ha la masticazione isterica.

Per chi vede l’amore anche in una piccola, gommosa, smerigliata caramella.

HAGEN DAZS ALLE NOCCIOLINE DOLCI E CARAMELLO

Gelatino Al contrario di quanto si potrebbe evincere non sono affatto un’adoratrice del dio estero. Diffido da tutte le cose che terminano in buster, donald, cola, e perfino verso la mela mozzicata – che non si mangia ma serve praticamente a tutto il resto – non ho quella diffusa idolatria che si tramuta per molti in schiavitù, pur ascoltando musica da un nano nero. Però in fatto di schifezze da film gli stranieri non si battono. E se fosse una di quelle notti afose in cui passano decine di b-movie e zozzerie e filmetti splatter a me verrebbe voglia di un barattolino di Hagen-Dazs gusto noccioline e caramello. Lo so, è una porcheria da crisi di insulina. Ma solo chi scoperchia il mars per leccare il mou sopra sopra o ha le crisi notturne da cucchiaino da affondare nel soffice può capire questa malattia che io ho.

Dei bambini non si sa niente.

5 Giugno, 2008 di frapiccoleiene

Wolf At The Door – Radiohead

Doisneau I ragazzini sono sempre innocenti. Sarebbe bello, se restasse vero per sempre. Invece la purezza della parte migliore del mondo si dissolve a contatto coi grandi, nelle loro gabbie intrecciate di frustrazioni e falsi bisogni, nei loro rituali meccanici, nel loro agire pavido, nei limiti che crescono quando smettono di crescere ossa e pelle e sogni. Si sale e il volume si abbassa, la prospettiva si riduce a una linea spezzata senza punto di fuga. I sogni si appiccicano sotto le suole delle scarpe come gomme masticate e insapori, residui fastidiosi che ci ricordano di esserci stati senza esserci stati veramente. E’ nell’emulazione degli adulti che i cuori puri si macchiano, perdono la sospensione, la meraviglia verso tutto. Se si potesse conservare un alito di quella bellezza in una boccia, il mondo sarebbe un posto migliore. E invece i ragazzini cambiano stato saltando un passaggio, come l’aria in ghiaccio, senza possibilità di tornare indietro. Quando non sono più alla pari fra loro ma eleggono capi, quando scelgono la modalità del branco, quando tentano la vendetta, quando si arrogano una posizione, i ragazzini diventano piccoli adulti che scavano una buca per il ciccione antipatico, offensivo, sgradevole. Il grassoccio bersaglio di un’intera cricca, insopportabile, viziato, altro da loro. Eppure piccolo. Forse solo in cerca di una forma d’amore qualunque, come qualsiasi essere sano presente sul pianeta terra. E’ nella buca e non dalla barca, che l’innocenza precipita una volta per tutte.

MEAN CREEK – J. A. ESTES

Consigliata la visione in piccoli televisori da bosco…

IL SIGNORE DELLE MOSCHE – W. GOLDING

Terror’s day

30 Maggio, 2008 di frapiccoleiene

Machete - Planet terror

Fa caldo. Troppo caldo. Gli operai stamattina hanno deciso che alle seiequarantacinque era un buon momento per sbattere bastoni di ferro a ripetizione. O per imitarne il rumore, insopportabile, sotto la mia finestra. Mi alzo col mal di testa, il tempo fa schifo da un mese, non è maggio, è la stagione dei monsoni. Mi metto in fila. Fila alla posta, la evito perchè sono un genio della strategia. Fila in piscina, per pagare. La tipa stupida della segreteria si è rifatta il taglio e sembra che dello slimer color biondo angelo le coli sugli occhi. Oggi però prima dell’una non c’è, mi hanno detto che è in fila a pagare pure lei. Macchine a centinaia in fila, nel paese delle macchine, dove tengono le auto sotto alla finestra, nel letto, in cucina. Fila alla posta parte seconda, sono stata furba ad andarmene, peccato che lo sportello che serve a me era vuoto pure prima. Il genio non aveva letto bene il cartello che non era stato affisso. La tipa stupida della piscina in compenso ha finito la sua fila, ma oggi non ha voglia di lavorare. Dice che è finito l’inverno. Anche la pizza ripiena è finita. Nasone vende quattrocento euro di pizza al giorno, ma mi ha rubato dieci centesimi, o forse mi ha fatto pagare i due bigliettini da visita che mi ha infilato nel pollo fatto a pezzi. Che ci devo fare coi bigliettini da visita di Nasone? Fa caldo. Fa troppo caldo.

Oggi a sistemare il mondo ci vorrebbe il buon machete.

PLANET TERROR – ROBERT RODRIGUEZ, 2007

Film profumati (di panzanella e palline da bagno rosastelle)

30 Maggio, 2008 di frapiccoleiene

Le Tourbillon de la vie – Jeanne Moreau

Certi film sono come gli odori: ti restano addosso. Che ti piacciano o no, per il semplice modo in cui si impadroniscono di momenti precisi della tua vita, continuano a rievocarli. E quando arrivano non puoi più nasconderti. Ti stanno già nelle narici della memoria. Possono essere odori comuni, come il pane bruciato sul fornello. O profumi dolci, come tre gocce di That’s Amore su una lettera. O miscele da dipendenza, come la puzza di cherosene della metro di Londra. Ecco. Londra per me sarà per sempre quell’odore, che a Roma non esiste, a parte alla fermata Colosseo della metro B, ma non è la stessa cosa. E così ci sono pure i film profumati. Che non hanno a che vedere col cinema. Hanno a che vedere piuttosto con la vita. E sono quelli che mi vengono in mente stanotte, col clima che cambia ogni trenta minuti, Kim che sbuffa contro la porta perchè di stare fuori non se ne parla, il naso chiuso da dodici ore, i pensieri chiusi pure loro, attorno a sette otto punti fissi, sempre gli stessi. Non sono i film più belli della storia mondiale del cinema di tutti i tempi. (Anche se un paio sono capolavori, senza dubbio). Sono i film versati nel bicchiere di latte freddo lungo due ore prima di andare a letto. E yogurt alla banana e cerealini alle 4 di notte, che a me piacciono entrambi, e se non vi piacciono non potete capire cosa intendo. Sono lo squalo di gomma e le palline blumare e rosastelle che esplodono nella vasca e fanno solletico sotto le cosce. Sono l’amaca che gira in mezzo ai pini quando passa il cane e passano le stelle, o quanto è divertente e farsi il bagno sotto l’acqua che schizza e solleva polvere in piena campagna. Sono pane e pomodori e pollo mangiato con le mani e la finestra spalancata, a tirar giù medicine in testa alla gente che passa, a urlare allwehearisradiogaga alla stessa gente che se ne va, decisamente preoccupata per te.

Jules et Jim

Ecco i miei film profumati. E relativi potenti ricordi.

JULES E JIM – F. TRUFFAUT

Tu es mon Jim, Je suis ta Kathe, tout est bien

Perchè pioveva tanto quel pomeriggio, ero sola e il Tibur mi sembrava il mondo lontano dopo gli archi, dove l’autobus non passa mai. Perchè è stato il mio primo Truffaut e li ha superati tutti. (Perfino I 400 colpi, che viene comunque leggermente dopo). Perchè la sala buia è un lusso e quando si è soli vale doppio. Perchè appena uscita ho comprato il romanzo di Henri Pierre Rochè e l’ho sottolineato a matita per pomeriggi interi. Perchè Jeanne Moreau è di quella bellezza sfacciata e discreta e terribilmente francese.

E ogni tanto mi piace giocare a farmi i baffi coi capelli, come lei.

L’ARTE DEL SOGNO – M. GONDRY

Rimani così nel sogno in cui sei/E lasciati sussurrare…

Poniboy - L\'arte del sogno

Perchè stavolta dopo gli archi c’era davvero il mondo lontano, e noi stavamo fuori, in un orbita a parte, dove l’aria è gialla, e il film già visto è mai visto, e l’anarchia del cellophane è troppo bella da ripetere. E già si parlava di alberi e gli alberi non se ne sono più andati, e Poniboy era diventato di cernit e galoppava addosso a un muro, contro un muro, e si chiamava Piniponi e lui invece non è mai tornato. Perchè era il film, e c’era pure la canzone, e mancava solo il piatto preferito, che forse neanche adesso c’è, perchè abbiamo mangiato troppe puff e troppa pizzette rosse di Cesare la notte, troppo chinotto Neri e gelato all’amarena croccante, troppi stecca link e troppi coccodrilli e perfino troppa insalata col mais, e quindi non c’è qualcosa da scegliere che sia più importante delle altre, è tutto importante allo stesso modo.

Ma quel film lo è stato, più importante di tutti quelli che sono venuti, di tutti quelli che verranno.

VIVRE SA VIE – J. L. GODARD

Anna Karenina - Vivre sa vie

…dire ciò che bisogna dire

in modo che sia giusto

ossia che non ferisca,

che dica ciò che significa

che faccia ciò che deve fare,

senza ferire, senza straziare.

Per i tetti di Parigi, e i gesti sempre all’altezza di ciò che siamo, che è la prima fedeltà in cui bisognerebbe credere. Per chi tiene quel dvd dal novembre 2006, senza averlo mai visto qui con me.

Pro(b)logo. Molto forte. Incredibilmente vicino.

27 Maggio, 2008 di frapiccoleiene

Arrivo – E il vento fa il suo giro /colonna sonora

...nella quale il giorno in cui mi lancerò e non mi prenderanno neanche tu mi prenderai.

E un bollitore per il tè? Con il beccuccio che all’uscita del vapore si apre e si chiude come una bocca e sibila belle melodie e recita Shakespeare, o semplicemente si scompiscia dal ridere con me? Potrei inventarmi un bollitore che legge con la voce di papà, così riuscirei ad addormentarmi, o magari un intero servizio di bollitori che cantano il ritornello di Yellow Submarine, una canzone dei Beatles, che mi piacciono perchè l’etimologia è una delle mie raisons d’etre. E dei piccoli microfoni? Tipo che tutti ne inghiottiamo uno, e loro diffondono i suoni del nostro cuore grazie a piccoli altoparlanti che potremmo tenere nella tasca della salopette? Di sera andando in strada, con lo skateboard, potremmo sentire i battiti di tutti gli altri, e gli altri potrebbero sentire il nostro. La domanda assurda che mi faccio è se i cuori di tutti allora comincerebbero a battere contemporaneamente, come alle donne che vivono insieme vengono contemporaneamente le mestruazioni, che sono una cosa che conosco, anche se non ci tengo molto a conoscerle. Sarebbe davvero assurdo, a parte che il posto dell’ospedale dove nascono i bambini farebbe tin-tin come un lampadario di cristallo in una casa gallegiante, perchè i bambini non avrebbero avuto ancora il tempo di sincronizzare i battiti.

E poi: tante volte succede che uno ha bisogno di scappare via subito, ma gli uomini non hanno le ali, o comunque non ancora.

Quindi: inventare una camicia di becchime?

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO – J. SAFRAN FOER